I costi di sistema schiacciano la filiera agroalimentare italiana

Sviluppo di filiera – Secondo uno studio di Nomisma per Adm vale circa il 3% la marginalità di tutti gli attori. Incidono servizi, energia e burocrazia

L’agroalimentare italiano vale complessivamente 220 miliardi di euro, che si traducono in 147 miliardi di consumi domestici e 73 miliardi di consumi fuori casa. Prima dei dettagli, andiamo subito al punto: la filiera costituita da agricoltura, industria, commercio all’ingrosso, commercio al dettaglio tradizionale, distribuzione moderna e ristorazione è riuscita a trattenere sotto forma di utili solo poco più di 7 miliardi nella media del periodo 2008-2011. Nello stesso periodo, in Italia si sono spesi 216 miliardi in media per l’alimentare (comprese le bevande); questo significa che la marginalità globale vale solo il 3,24% del giro di affari. Un valore troppo basso per fare investimenti strutturali, per puntare a rafforzare l’export e per sviluppare il marketing. Non dimentichiamo, poi, di considerare il costo del lavoro nella filiera, che vale circa un terzo del monte spesa totale.

Dentro i costi. Occorre fare qualche considerazione sul fenomeno “costi”, oggi sempre troppo alti per qualsiasi settore industriale preso in considerazione nell’economia italiana. È sicuramente un dato di fatto, ma, troppo spesso, la questione costi diventa ideologica, indistinta e strumento per nascondere altre questioni.
I costi sono sempre correlati a due grandi macro-ambiti: il primo è quello dei beni strumentali (materiali e immateriali), ai processi che essi sostengono e all’energia. Il secondo, al costo del lavoro. Punto numero uno: non è vero che il costo del lavoro in Italia è più alto rispetto ai principali paesi europei. Infatti, è maggiore in Germania e Francia ed è più basso solo nei paesi anglosassoni dove il welfare non è comparabile. Punto numero due: il cuneo fiscale. Almeno cinque paesi in Europa, tra cui Francia e Germania, superano quello italiano. In Italia, i costi eccessivi sono da ricercare, come risaputo, nella burocrazia e nei processi necessari per sostenere il business.
Lo studio Nomisma per Adm sulla filiera agroalimentare è particolarmente attento a questi aspetti e mette in luce che gli elevati costi non sono legati al lavoro sviluppato dentro la filiera ma all’energia e alle attività di supporto. In particolare, il costo del trasporto su gomma vale 1,59 €/km e risulta superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto alle aziende francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto alle imprese dirette (1,36 €/km). Una sproporzione legata alla fiscalità sui carburanti, ma non ai costi della manovalanza del settore logistico.In particolare, è messo in evidenza il deficit infrastrutturale che nel nostro Paese affligge soprattutto il sud Italia e anche i costi di pedaggio autostradale. Inoltre, incide il basso sviluppo di intermodalità che consente di utilizzare il trasporto ferroviario in modo integrato. In merito all’energia elettrica, in Italia il suo costo è superiore di circa il 70% alla media comunitaria (0,22 €/kwh contro 0,13 €/Kwh). Tutto questo fa sì che l’acquisto da parte della filiera di beni e servizi di logistica e trasporto e altro, “estraggono” capitale in misura maggiore di quanto accade nei paesi competitor. Altri costi sono quelli degli oneri finanziari di tipo bancario, che valgono circa 10 miliardi di euro e altri 7 miliardi per gli acquisti all’estero. Ammontano a 22,5 miliardi di euro gli investimenti e 20 miliardi di euro le tasse. La ricerca di Nomisma per Adm è ricca di numeri e si può proseguire con questo dato: il 97% del prezzo pagato dagli italiani per l’alimentare serve a pagare i costi complessivi di produzione. Di più: il 51% del valore della spesa alimentare non rimane all’interno della filiera, ma è ripartito tra imprese di servizio, Stato, sistema finanziario e imprese estere. Il trend è in peggioramento con un progressivo peso di tutto quello che è extra-filiera.
In queste condizioni, la competizione distributiva è schiacciata da un prezzo finale dei prodotti che al 97% è incomprimibile e deciso altrove.

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