I dati non ci aiutano a farci diventare ottimisti

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 267)

Non posso proprio valutare positivamente la situazione attuale del Paese. Consideriamo i livelli del Pil trimestrale in termini reali dall’inizio del 2005 a ieri, quindi su un periodo di tredici anni. Il grafico assomiglia al movimento descritto da una corda che agitate repentinamente tenendola da un capo: la prima oscillazione è più ampia delle successive, così che i picchi sono sempre più bassi e lo sono anche i minimi. L’Italia è cresciuta tra il 2005 e l’inizio del 2008 a un tasso medio di quasi lo 0,5% trimestrale. Poi la caduta fino a metà 2009 e da qui una risalita fino al 2011 a tassi dello 0,4%. Dopo la nuova recessione, dall’inizio del 2013 la crescita media, per un periodo di ormai 19 trimestri, è allo 0,2%. Cioè fatichiamo sempre di più a recuperare quello che abbiamo perso nella recessione precedente. Anzi, prima che il picco precedente sia recuperato si innesta una nuova recessione. Purtroppo i numeri sono impietosi. Quello che il Censis chiama “rancore” credo abbia a che fare con queste dinamiche le quali rappresentano, in media per milioni di cittadini, ciò che in termini economici abbiamo tratto dalle nostre esperienze lavorative negli anni passati. In altri termini, la risalita in atto è così lenta che molti non guardano al futuro come un luogo più ospitale del presente, bensì come il tempo in cui si rischia una pesante ricaduta. Così deve cambiare anche l’interpretazione dei dati ufficiali sulla fiducia delle famiglie (apparentemente elevata nell’ultimo periodo): non è segnale di aspettative crescenti, ma solo della circostanza che a breve le persone considerano stabile il rischio di peggioramento della propria condizione. E tanto loro basta per dichiararsi ottimisti.

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