Il back-reshoring per il rilancio del Made in Italy

Il rientro in Italia di alcune importanti imprese manifatturiere ed il diffondersi di questa pratica a livello internazionale lasciano ben sperare nel recupero dell’attrattività del nostro Paese.

A partire dagli anni ottanta, molte delle nostre imprese hanno cercato la via della delocalizzazione produttiva per competere sul fronte dei prezzi (grazie ai vantaggi di costo –soprattutto del lavoro-), determinando così lo svuotamento di aree industriali e la progressiva scomparsa di interi comparti produttivi. In verità, tale fenomeno prende le mosse anche da altre cause ben elencate e commentate nell’interessante lavoro di Luciano Gallino “La scomparsa dell’Italia industriale” (Einaudi, 2003) in cui si chiarisce, con estrema lucidità, l’enorme patrimonio perduto dal nostro sistema industriale. Nel corso degli anni, vuoi anche per il progressivo mutamento dei comportamenti di acquisto e consumo, il fenomeno della delocalizzazione è stato oggetto di vari approfondimenti che hanno cercato di comprendere quali misure poter attivare per cercare di recuperare le posizioni perse da parte del Made in Italy, senza però individuare percorsi e strategie realmente utili ad invertire tale rischiosa deriva.

In questi ultimi anni, si assiste, però, ad un fenomeno che fa ben sperare nel futuro dell’industria manifatturiera italiana. Si parla del back-reshoring, ovvero del rientro di talune importanti industrie nel Paese d’origine e, in particolare, nel nostro.

Uno studio condotto da un gruppo di ricerca (http://www.ucisap.it/assets/files/Congresso_Stampi_Co/Back_Reshoring_Luciano_Fratocchi.pdf) ha dimostrato come diverse industrie italiane (talune importanti come: Beghelli, Bonfiglioli, Furla, Nannini) abbiano abbandonato i Paesi in cui si erano insediate –con il processo di delocalizzazione- per rientrare nel nostro Paese. L’Italia, in questo studio, è il secondo Paese (dopo USA e prima di Germania, Inghilterra e Francia) come numerosità del fenomeno.

La motivazione principale alla base di tale decisione risiede nel fatto che il “costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP)” non è più la prima voce di costo, poiché viene superata dal costo del trasporto che, soprattutto in taluni settori, ricopre un ruolo assai rilevante per via della necessità di quick response cui sono chiamate molte imprese (si pensi a quelle del settore fashion in particolare). La logistica costituisce la prima motivazione nel 92% dei casi, seguita dall’aumento degli altri costi di produzione, dalla bassa qualità e dal ritardo nelle consegne. Oltre a questi fattori prettamente economici, se ne contano altri, primo fra tutti l’instabilità politica, quindi il “rischio Paese” con le connesse carenze infrastrutturali presenti in molti dei Paesi che ospitano le nostre imprese. Vi è anche da considerare che, sotto un profilo strategico, la delocalizzazione sconta un rischio di immagine legata al country of origin effect che, come noto, in taluni settori riveste un ruolo rilevante nel processo d’acquisto del consumatore. Oltre a tutto ciò occorre tener conto che la delocalizzazione produttiva può determinare una riduzione della capacità di monitoraggio e, quindi, del legame tra azienda madre e partner con conseguenti rischi sul fronte della correttezza operativa del network.

Ora, se è vero che il fenomeno di cui si discorre (con il collegato near-reshoring, ovvero la delocalizzazione in paesi limitrofi) risulta ancora di modeste entità, è altrettanto vero che esso costituisce un segnale importante lanciato dal sistema industriale, a cui è necessario dare risposte concrete da parte delle nostre Istituzioni, così come accade in altre realtà. In questo senso, appaiono interessanti le iniziative poste in essere in alcuni importanti Paesi:
- gli U.S.A., già da tempo, guardano con particolare attenzione al fenomeno, visto che la delocalizzazione in Cina arretra a vantaggio proprio degli Stati Uniti d’America;
- in Inghilterra è in atto una politica industriale tesa ad incentivare il reshoring attraverso la semplificazione normativa, la flessibilità del mercato del lavoro, i minori costi dell’energia, la riduzione della pressione fiscale sul lavoro;
- il “Comitato economico e sociale europeo” nell’aprile 2014 (http://europa.eu/about-eu/institutions-bodies/ecosoc/index_it.htm) ha emanato una nota d’informazione, approvata a larghissima maggioranza titolata Riportare le industrie nell'UE nel quadro del processo di reindustrializzazione, in cui si evidenzia l’importanza del tema, indicando nel contempo azioni utili ad incentivarlo e guidarlo.
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Si tratta, in definitiva, di individuare strumenti e strategie di politica industriale che tengano conto di questa attuale tendenza, cercando di cogliere quei segnali che provengono dal management delle imprese, per poi porre in essere formule e soluzioni idonee a supportare tali scelte. Appare, dunque, necessario adottare un approccio manageriale al tema; ovvero, nel delineare le azioni volte a far rientrare o attrarre le imprese, sarebbe opportuno partire dalle esigenze delle imprese, per poi individuare le possibili alternative e, quindi, scegliere quella che riesce a bilanciare le esigenze predette con l’interesse collettivo.

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