Il bilancio d’impresa cambia con l’integrazione degli intangibili

di Patrizia Romagnoli

 

 

Con l’introduzione della valutazione dei fattori “immateriali”, il bilancio -strumento principe per le imprese per far sapere al mondo “come sono fatte”, esistente da secoli (la “partita doppia” fu inventata da Luca Pacioli alla fine del XIV secolo), in grado di fornire tutte le informazioni materiali, ossia sulla gestione del denaro e dei beni materiali- è destinato ad andare oltre. A sancire l’importanza dei fattori immateriali è la stessa Commissione Europea che impone alla imprese con più di 500 dipendenti di aggiungere, a partire dal 2017, nella relazione sulla gestione, informazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale e sulla CSR. La questione degli intangibili, valori finora non misurati, riguarda però tutte le imprese che intendono giocare un ruolo più da protagonista sul mercato, indipendentemente dalle dimensioni. Probabilmente sono proprio le PMI quelle che possono trarre vantaggio dal nuovo approccio. Un approccio che pone una serie di quesiti. Anzitutto capire che cosa sono esattamente gli intangibili aziendali e poi come misurarli e valutarli e, infine, a che scopo inserirli nei bilanci. In generale, gli “intangibili” sono le conoscenze - per loro natura “immateriali” - prodotte da chi lavora: marchi, brevetti, reputazione, competenze specifiche, procedure, relazione con la clientela, alleanze, tipo di leadership e posizionamento. Non sono voci in sé “sconosciute”, tanto è vero che nel momento in cui c’è un passaggio di proprietà appaiono come dal nulla nei bilanci di un’impresa.

Hard e soft intangibles
Peccato che questo valore figuri solo come un costo per chi acquista l’azienda. Al contrario, le attività intangibili, prive di corporeità, sono altrettanto importanti e lo saranno ancora di più, di quelle dotate di corporeità fisica. Tra gli intangibili vanno distinti quelli “hard”, negoziabili sul mercato, e quelli “soft” non cedibili sul mercato. Alla prima categoria appartengono intangibili come la proprietà intellettuale (tutelata legalmente), e quelli legati all’innovazione, come i brevetti; al mercato, come i marchi; alle risorse umane, quindi le competenze, e all’organizzazione, ad esempio le procedure informatiche. Sono però quelli “soft” gli intangibili più delicati, da conoscere e proteggere: tipico il caso della reputazione, punto di fornza fondamentale, che può diventare - con un solo giro di social network - una passività, se non supportata da qualità della ricerca, da prodotti esclusivi o dal servizio.

 

 

Come impostare la misurazione
Per le imprese un aspetto importante, che richiede anche cambiamento culturale, è il modo di misurare e valutare gli intangibili e quindi di costruire un bilancio diverso e più ampio. A differenza del classico bilancio in partita doppia, tenere conto degli intangibili significa essere in grado di costruire un “report integrato” ossia una comunicazione che illustri come strategia, governance, performance e prospettive di un’organizzazione consentano di creare valore nel breve, medio e lungo periodo nel contesto in cui l'impresa opera. Nel report vanno impostati e rappresentati sei segmenti, corrispondenti alle forme di capitale che sostengono gli ambiti, interconnessi fra loro, che rendono possibile l’operatività dell’azienda: finanziario; infrastrutturale; intellettuale-organizzativo; umano; relazionale/sociale; naturale.

Voci e quantificazione
Una volta individuati gli ambiti, vanno ascritte le varie voci. E arriva anche il punto più difficile: come quantificare queste voci? In altri termini, quanto valgono, in euro, la reputazione di un’impresa, o le recensioni positive sul web? Ad oggi, sono i consulenti d’impresa a prepararsi a “quantificare l’inquantificabile”: dal 2012 in Italia è operativo il NIBR (network italiano business reporting) con l’apporto delle associazioni degli analisti finanziari, dei dottori amministrativi e finanziari, dei revisori contabili, di Borsa Italia, del network International consortium on intellectural capital e dell’Università di Ferrara, dove peraltro insegna il segretario generale NIBR, Stefano Zambon docente di economia aziendale. In ogni caso, si tratta di un processo che coinvolge tutta l’azienda e impone di far parlare tra loro settori che normalmente non comunicano.

Il modello europeo
Il modello europeo di report non prescrive precisi indicatori chiave di performance, né metodi specifici di rendicontazione di singoli aspetti. Il modello si limita a suggerire di combinare componenti finanziarie e non finanziarie, tenendo solo la barra sulla consapevolezza dell’organizzazione rispetto ai suoi obiettivi strategici e sull’effetto della loro “idea di azienda” sul movimento dei capitali. Lo sforzo sarà però compensato dal miglioramento del rapporto tra azienda e sistema bancario e stakeholder, legato alla migliore conoscenza del valore complessivo dell’impresa.

Si veda anche l'esempio di Aspiag Service
http://www.mark-up.it/aspiag-service-despar-nordest-da-valore-al-report-integrato/

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