Il dialogo tra impresa e ricerca nel management

L'articolo si inserisce nel dibattito avviato su managementnotes.it da Borgonovi e Gambardella e propone una via per contemplare rigore nella ricerca e rilevanza dei contenuti

Ho trovato interessante la discussione tra Elio Borgonovi e Alfonso Gambardella perché nella loro discussione è già contenuta la soluzione. I migliori problemi, quelli più facili da risolvere, sono i “falsi” problemi. Non esiste conflitto tra rilevanza e metodo, tra scienza e impatto. Non ci servono metodologie scientifiche per domande irrilevanti, così come non ci servono risposte approssimative a temi importanti.

Durante la discussione di un caso aziendale all’interno di un programma di formazione per i manager di una grande azienda, commentando la scelta tra due alternative riferite alla risposta strategica da adottare in contrasto all’azione dei concorrenti e, di fronte a un dibattito molto serrato, un partecipante sbottò dicendo: “qui vale tutto e il contrario di tutto, il management è la scienza dell’opinabile”. Sentendo quell’affermazione, un altro rispose: “Se è opinabile allora non scienza, è arte”.

Trovai quella discussione molto interessante, ma anche un po’ frustrante. Memore di quell’esperienza, quando inizio il mio corso nel programma di Dottorato all’Università Bocconi, dico sempre ai miei studenti che una delle responsabilità principali di un ricercatore nel campo del management e quello di aiutare chi le prende le decisioni - nelle imprese come in qualsiasi organizzazione privata o pubblica - a sfuggire alla trappola del buon senso e del: “è sempre stato così”. Il buon senso e l’esperienza passata sono cose sagge e spesso rappresentano un appiglio molto efficace di fronte a problemi complessi. Ma il ruolo che un ricercatore dovrebbe avere, rispetto ai problemi che i nostri interlocutori professionali si trovano ad affrontare, è quello di andare oltre, di cercare le risposte alla complessità e non di ridurla necessariamente a ricetta fondata sul comune sentire o sull’esperienza passata.

Ogni studioso, anche di problemi molto concreti come quelli affrontati nel management, dovrebbe portare con sé un piccolo frammento dello spirito di Anassimandro che, seicento anni prima di Cristo, intuì il concetto di Universo infinito, mentre sino ad allora tutti erano convinti del contrario; capì che la terra aveva avuto un inizio e che, prima o poi, avrebbe avuto fine. Si trattava di idee rivoluzionarie, che modificavano profondamente il senso comune, la conoscenza accumulata sino ad allora. Non a caso Karl Popper considerava le visioni di Anassimandro come una delle più portentose rivoluzioni del pensiero umano. Con quello spirito, il ricercatore deve aiutare il decisore a guardare oltre, deve illuminare i punti più complessi e oscuri dei meccanismi che collegano le decisioni e le azioni manageriali ai risultati.

Albert Einstein diceva che la realtà deve essere resa più semplice possibile, ma non di più. Quel limite da non valicare, rappresenta il confine tra la scienza e il senso comune. Per esempio, se alla domanda su cosa possa spiegare la differenza nella performance innovativa tra due imprese la risposta fosse soltanto “gli investimenti in ricerca e sviluppo”, allora avremmo detto solo una piccola e scontata verità per spiegare un fenomeno molto più complesso e articolato in cui le risorse investite dicono sì qualcosa, ma solo una parte, limitata, della storia. Allora, per capire e per agire conseguentemente, occorre andare più avanti e sforzarsi di comprendere a fondo la natura delle relazioni che spiegano perché un certo fenomeno emerge nei modi e nelle forme in cui lo osserviamo. Per fare questo abbiamo bisogno di metodo scientifico. Liquidare un’equazione che analizza i fattori che possono spiegare perché un’impresa è più innovativa di un’altra come un fatto tutto interno ai meccanismi autoreferenziali dell’accademia e, quindi lontano dalla realtà, sarebbe un grave errore.

Allo stesso modo, sarebbe un errore altrettanto grave non cercare di trasferire l’essenza della ricerca e delle scoperte che ne derivano a chi quella conoscenza potrebbe impiegarla in modi concreti e a vantaggio delle imprese e dei sistemi economici. Per questa ragione, ai ricercatori di management, specie quelli più giovani, la comunità professionale deve chiedere lo studio di problemi rilevanti, interessanti, attuali e irrisolti; deve stimolarli nell’osservare gli ambiti più complessi e dinamici che le imprese si trovano ad affrontare, invitarli a non rimanere chiusi negli uffici dei Dipartimenti e aprirsi all’esterno. Alle imprese e ai suoi protagonisti, il mondo della ricerca manageriale deve chiedere di essere ascoltata e sostenuta, in cambio di conoscenza di valore, concreta e di impatto.

La ricerca nel management deve essere “influente”, ossia focalizzata su temi rilevanti, sviluppata con il rigore e la qualità tipica delle discipline scientifiche e in grado di produrre conoscenza ad alto impatto sulle comunità professionali di riferimento. Grazie a questa concezione della ricerca si vuole rispondere al fabbisogno di rigore e precisione che le scienze positive richiedono, senza perdere però di vista l’obiettivo primario di esercitare un’influenza diretta sulle prassi gestionali e manageriali, dando un senso preciso a un’attività che, talvolta, può apparire astratta e distante dai problemi concreti.

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