Il Dna della marca è cambiato, si volta pagina

Il Dna della marca italiana, tutto concentrato sul pubblico nazionale, sta cambiando o in molti casi si è già rinnovato.Dna della marca Sarà la presenza dell'Expo a Milano o l'arrivo di un governo caratterizzato dal voler fare rapidamente, in ogni caso il target 50 miliardi di export agroalimentare pianificato entro il 2020 ha fatto breccia in maniera profonda, coinvolgendo grande e piccola-media impresa alimentare italiana. L'internazionalizzazione è diventata un obiettivo chiave per dare vigore a giri d'affari altrimenti troppo compressi. Anche la marca -molto spesso autoreferenziale e rivolta a un racconto di valori impiegabile realisticamente solo nel mercato interno- ha dovuto evolvere, soprattutto laddove l'impresa ha inteso battere in misura minore la strategia del co-packing: pur sempre valida, quest'ultima, con le sue nuove aste online sempre più ravvicinate ha spaventato più di un protagonista, specie tra quelli di dimensioni più ridotte. Ecco allora l'inserimento nei rispettivi brand-portfolio di marche industriali Dna della marca 02chiamate a ruoli da protagonista anche oltreconfine. Oppure l'acquisizione di marche straniere specializzate da far convivere con i valori intangibili consolidati in Italia. Sono i primi tentativi strutturali di strategie globali che vedono marca, efficienza industriale, ottimizzazione commerciale e creatività italica muoversi all'unisono per affermarsi nei mercati mondiali.
Nel video le testimonianze di come il Dna della marca ha saputo voltar pagina in Lavazza, Cameo e Zucchi -posizioni messe a confronto nel corso di una tavola rotonda del 9° Consumer & Retail Summit, coordinata da Anna Bertolini- e l'opinione prospettica del presidente di Centromarca, Luigi Bordoni.

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