Il pil verde deve essere valorizzato

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 286)

Fare un Pil di 100 con emissioni di Co2 di 50 è diverso che fare lo stesso Pil con emissioni nulle o quasi.
Però in termini di contributi all’Ue o di valutazione di sostenibilità del debito, per esempio, non fa differenza.
Se le agenzie di rating ne tenessero conto, chi è più verde, a parità di condizioni, dovrebbe avere un rating migliore (e/o versare meno contributi all’Europa, per continuare l’esempio).
Togliamo al Pil calcolato dalle fonti ufficiali la valorizzazione della Co2 emessa negli anni, il valore delle vite statistiche perse in incidenti mortali o sul lavoro e i costi dei relativi ferimenti, aggiungiamo il bilancio (positivo) della forestazione che elimina gas climalteranti e togliamo il costo della variazione della povertà assoluta per ottenere un Pil equilibrato.
Esso, in Italia negli ultimi 10 anni, è sceso meno del Pil “vero” dello 0,6%, mentre in Germania e Francia la stessa comparazione porta a un peggioramento dello 0,4% e dell’1,2% rispettivamente (minore crescita). La sensazione che le performance economiche italiane siano penose, in ragione di gravi patologie strutturali, non cambia affatto adottando l’una o l’altra metrica.
Ma, nell’ottica del Pil equilibrato, le distanze dinamiche con gli altri Paesi un po’ si riducono e, soprattutto, emerge che non è affatto vero che nulla si stia facendo in Italia per migliorare la qualità della produzione.
Le imprese, pungolate dagli accordi internazionali multilaterali, rispondono bene (è il contesto fiscale, burocratico, logistico che non è all’altezza).
La consolazione è magra, certo, ma è sciocco trascurare questi risultati nell’autovalutazione e nel racconto della nostra vita economica collettiva.

 

 

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