Imprenditoria femminile asset del Paese da sviluppare

Secondo i dati ufficiali di Unioncamere, sono quasi il 22% le imprese italiane femminili, un dato significativo che si vorrebbe crescesse per dare una spinta all’economia italiana. Le imprese "rosa" hanno diverse caratteristiche importanti tra cui la propensione nel dare risposte nelle località più disagiate del Paese, nascendo dove la disoccupazione femminile è più marcata. Un segnale chiaro che esprime quanta flessibilità e spirito d’iniziativa le imprenditrici sappiano mettere in campo per fronteggiare situazioni difficili. Per approfondire il tema, Bpm ha organizzato un incontro dal titolo eloquente: Imprenditoria Femminile - Esperienze a confronto. L’occasione è stata quella di presentare uno studio in grado di fotografare lo stato dell’arte dell’imprenditoria femminile in Italia a partire dai dati interni della banca. Durante la giornata hanno dato testimonianza diretta Emma Marcegaglia (presidente Eni e vice Ad di Marcegaglia Spa) e Monica Parrella (coordinatrice dell’ufficio per gli interventi in materia di Pari Opportunità).

Piero Giarda, presidente del consiglio di sorveglianza di Bpm
Piero Giarda, presidente del consiglio di sorveglianza di Bpm

L’evento aperto da Piero Giarda, presidente del consiglio di sorveglianza e chiuso da Giuseppe Castagna, consigliere delegato di Bpm, è stato anche l’occasione data da uno stanziamento a disposizione dell’intero sistema bancario, dedicato a Pmi con prevalenza femminile, a cui Bpm ha partecipato per un importo di 300 milioni di euro.

Fisionomia del fenomeno
Banca Popolare di Milano ha per certi versi una vocazione femminile contando tra i propri clienti una quota di imprese “rosa” pari al 27%, superiore di 5 punti percentuali al valore di sistema (22%). Lo studio interno ha regalato una fotografia positiva dell’impegno femminile nel fare impresa, soprattutto a confronto con il mondo maschile che sembra perdere colpi sotto molti punti di vista. Ma quali sono le differenze emerse e i plus dell’imprenditoria in rosa?
Nonostante l’impresa femminile sia piccola, dimostra di essere meglio organizzata e strutturata di quella maschile e soprattutto meglio predisposta alla crescita anche con forme sociali più adatte (meno società di persone, più società di capitali).
Oltre il 50% delle imprese femminili opera nel terziario ma marca presenze un po’ tutti i settori. Rispetto alle caratteristiche della gestione del credito, le differenze non sono così rilevanti senonché quello erogato alle imprese al femminile, ha un tasso di deterioramento inferiore a quello gestito dalle imprese maschili. Il tasso di scolarizzazione delle imprenditrici donna è pari o superiore rispetto a quello maschile mentre è superiore l’atteggiamento alla trasparenza e all’attenzione sociale e ambientale.
La proiezione tracciata dallo studio prevede una crescita dell’imprenditoria femminile anche di quella straniera che oggi vale già oltre l’8,5% del totale.

Oltre i luoghi comuni
Occorre dire che la situazione dell’imprenditoria femminile è molto diversa anche nelle economie avanzate. In Italia negli ultimi anni si sono fatti passi avanti nell’abbattere le barriere che distanziano l’universo femminile dalle posizioni di potere. Dai pareri emersi all’evento Bpm che hanno coinvolto diverse imprenditrici quali Sonia Bonfiglioli, Manuela Cristina e Allegra Dami emerge un Paese, l’Italia, non così maschilista come potrebbe sembrare (almeno rispetto ad altri paesi avanzati), ma con un presente tasso di pregiudizio verso l’universo femminile. In altre parole, l’accreditamento verso la carriera o l’impresa è inizialmente più ripido rispetto a quanto richiesto all’analogo maschile, ma poi il grado di accettazione è soddisfacente. Sarebbe interessante studiare e capire come la questione nepotistica, delle baronie e della corruzione si sovrapponga a quella dell’ingresso della figura femminile in termini puramente discriminatori.

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