La contraffazione mina la competitività delle imprese

Concorrenza – Le Pmi considerano abusivismo e contraffazione i pericoli numero uno per la competitività. Nel 2009 migliora il sentiment sul livello di sicurezza, ma le aziende spendono di più in sistemi antifurto, e chiedono più forze dell’ordine

I poveri Totò e Peppino, quando girarono l’esilarante La Banda degli Onesti di sicuro non pensavano di mettere in scena il massimo dei crimini. Quanto meno dal punto di vista delle imprese italiane, piccole e medie, interpellate dalla ricerca sull'evoluzione del fenomeno criminale in Italia realizzata da Confcommercio e Format-Ricerche di Mercato. Passati i tempi epici dei faux-monnayeurs infatti grazie alle nuove tecniche impiegate per stampare le banconote, oggi i falsari sono abusivi e contraffattori di merci. L’abusivismo è infatti segnalato al primo posto tra i fenomeni criminali che incidono negativamente sulla competitività delle Pmi (24,8%), seguito dalla contraffazione commerciale (22,2%), mentre solo terza è l’azione della criminalità (15,6%). I responsabili di questo sfacelo? Sono, nell’ordine, i produttori di merci non originali (51,9%), le istituzioni preposte ai controlli (32,5%), i consumatori che le acquistano (31,3%) e i venditori che le vendono (27%).

Al di là degli effetti che falsano la concorrenza, a creare un sentimento di incertezza sullo sviluppo e sul futuro della propria impresa sono, com’è facile indovinare, gli effetti della crisi (56,4% rispetto al 61,5% del 2008), la riduzione dei consumi (44,6% contro il 34,8%), l’accesso al credito (35,2% rispetto al 31,3%), l’azione della microcriminalità e della criminalità organizzata (8,1% contro il 7,6% del 2008).

Spese per la sicurezza

Aumenta il numero di aziende che spendono in sicurezza (+5,3% nel 2009 in confronto al 2008) e si spende di più per proteggersi dalla criminalità. E stiamo parlando di somme non banali, perché il 22,2% delle imprese destina alla sicurezza oltre il 5% dei ricavi (+8,4% nel 2009 rispetto all’anno precedente). I più “spendaccioni” sono le microimprese del commercio e del turismo del Nord-Est e del Meridione.
Tra le iniziative ritenute più efficaci per ridurre il rischio dei fenomeni criminali (furti, rapine, estorsioni e usura) le Pmi indicano le pene più severe e la certezza della pena (93,1%), e una maggiore collaborazione tra gli imprenditori e le forze dell'ordine sul territorio per affrontare i problemi della sicurezza (89,9%, +4,7% rispetto al 2008).

Le due facce del Paese

La ricerca però rileva risultati diseguali; se infatti al Nord-Ovest le cose vanno per così dire a gonfie vele, con un’alta percentuale di titolari di azienda che dichiara di sentirsi più sicura e soddisfatta del Governo, in zone più difficili come la Campania l’incidenza della criminalità, nelle sue varie forme, è nettamente più forte. L’abusivismo pesa sulla competitività del 31,4% delle Pmi (+6,6% rispetto al dato nazione), la contraffazione commerciale per il 28% (+5,8%) e l’azione della criminalità per 24,3% (+8,7%). E anche la percentuale delle imprese che si sente meno sicura è più alta.

In generale, il sentiment di timore e di incertezza generato dall’azione della microcriminalità e della criminalità organizzata è più marcato nelle imprese del commercio del Nord-Est, del Centro e del Meridione.

Intanto in tv la criminalità “tira”

Si parla di criminalità e si perde la testa, di solito. È difficile infatti avere un atteggiamento freddo e razionale su un tema che spesso scatena emozioni e pregiudizi, al di là dei numeri reali. Tanto più se, a soffiare sul fuoco, c’è il più potente e seguito dei media, la televisione.

È quanto emerge dal terzo Rapporto sulla Sicurezza in Italia, realizzato da Demos per la Fondazione Unipolis, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Il quale, dopo aver constatato che l’“allarme criminalità” che aveva avuto un picco nel 2007 (forse a seguito dell’indulto dell’anno precedente) sia sostanzialmente rientrato, e si siano abbassati tutti gli indicatori che misurano il timore di venire coinvolti nei reati, rivela come la criminalità comune abbia uno spazio nei Tg nazionali decisamente sproporzionato rispetto agli altri Paesi europei, dove di criminalità comune non si parla, anche quando la sua incidenza è oggettivamente più alta (come nel Regno Unito).

Eppure, l’emotività è tale e tanta che otto persone su dieci ritengono opportuno incrementare la presenza di polizia sulle strade e nei quartieri. E in molti si dichiarano disposti addirittura a limitare le propria privacy (che sconfina nelle libertà personali). Per “mantenere l’ordine e la sicurezza” la quasi totalità degli intervistati (un campione significativo della popolazione italiana) accetta le telecamere su strade e in luoghi pubblici (86%). Il 29% renderebbe addirittura più facile per le autorità leggere posta, e-mail o intercettare le telefonate senza il consenso degli interessati. E il numero di persone che, nella propria quotidianità, si sentono angosciate e preoccupate senza conoscere il preciso motivo sono il 32% della popolazione.

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