La ripresa si consolida un pò ovunque e ci sarebbero molte cose da fare

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 265)

Per il triennio 2018-2020 è probabile un profilo di crescita costante, tra l’1% anno, nell’ipotesi peggiore, e l’1,5-1,7% nell’ipotesi più favorevole, che è poi quella adottata dall’esecutivo nella legge di bilancio che però “sotto-pesa”, mi pare, i fattori di rischio variamente provenienti dal contesto internazionale (dal petrolio oltre i 75 dollari al barile, agli effetti della politica meno accomodante delle banche centrali).
Più che previsioni, una volta tanto vorrei formulare un auspicio, visto che l’anno prossimo comincerà una nuova legislatura. Direbbe il Censis che manca oggi al Paese un progetto collettivo di futuro. Aggiungerei che manca una classe dirigente capace di decifrare e aggregare le aspirazioni dei cittadini per fare immaginare un qualche nuovo percorso di crescita, a partire da un riassetto partecipato delle istituzioni dove lo stato centrale è temine medio tra gli enti locali e l’Europa.
Se si potesse attivare un’azione strategica di questo genere, un ruolo fondamentale lo
giocherebbe la riforma fiscale che, magari confusamente, è richiesta dalle imprese e, in generale, da tutti i contribuenti. La mia speranza è che il prossimo parlamento si intesti
quest’obiettivo di legislatura.
C’è la necessità di un nuovo e stretto collegamento ideale del fisco all’assetto
istituzionale dello stato in cui vogliamo vivere: in particolare, quanto Stato vogliamo e come lo vogliamo.
È infatti importante chiarire -perché se ne è perso il senso- quali sarebbero i compiti e le funzioni della pubblica amministrazione, al fine di pervenire alla stima dei suoi costi. E poi: come queste funzioni verrebbero allocate presso i diversi livelli di governo per i quali, al netto dello Stato centrale, c’è necessità di un’imposta propria, possibilmente limitando le compartecipazioni.
I tributi, in generale, devono presentare aliquote ridotte e basi imponibili ampie, anche immobili, il cui gettito deve essere determinato secondo il criterio del beneficio, cioè, prevalentemente commisurato ai servizi fruiti.
La capacità contributiva, invece, deve ispirare un’imposta sul reddito privata di franchigie, regimi speciali, esenzioni e discriminazioni. È necessaria, poi, un’imposta coordinata su base europea e questa non può che essere l’Iva, articolata su un ridottissimo numero di aliquote. Un’imposta di tipo ambientale, rigidamente commisurata al valore delle esternalità negative, completerà il quadro degli strumenti di tassazione. Resta il problema del coordinamento tra diversi livelli di Governo: la sua soluzione passa da una rigida e diffusa applicazione dei fabbisogni e dei costi standard.
È su questo versante, infatti, che si deve disegnare il coordinamento, atteso che in Italia la causalità è sempre andata dalle spese alle imposte e non viceversa. Quindi, ove si volesse costituzionalizzare qualche ulteriore vincolo, esso non dovrebbe riguardare la pressione fiscale bensì la spesa consolidata delle pubbliche amministrazioni sull’orizzonte temporale del ciclo economico. Le imposte seguirebbero.
Non si riflette sui principi di una buona finanza pubblica almeno dai tempi della riforma Visentini (1971). Da allora, infiniti aggiustamenti al margine, sotto la dittatura dell’emergenza permanente, hanno prodotto un fisco semplicemente inconoscibile (al di là dei difetti di efficienza ed equità). La rincorsa alle deroghe, cui si somma la recente proliferazione dei bonus, non permette al cittadino o all’esperto o all’istituzione che se
ne voglia interessare, una rappresentazione degli effetti che caratterizzano il sistema.
Sarebbe bello che in campagna elettorale si discutesse anche di questi temi.

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