La strategia Ice continuerà a essere multiforme

Gli accordi con Alibaba e Amazon accelerano nella direzione digital, ma la strategia di promozione del made in Italy rimane multicanale (da Mark Up n. 283)

In un clima che non è dei migliori per il commercio internazionale, con i venti del protezionismo che tornano a soffiare e innescano le battaglie sui dazi tra Cina e Usa, l’Ice prosegue nella sua strategia multiforme di aiuto all’internazionalizzazione delle imprese. Che però da qualche anno ha accelerato in direzione digital. La recente intesa per portare almeno 600 piccole e medie imprese nella sezione made in Italy (terzo marchio più conosciuto al mondo per ricerche Google) del marketplace Amazon, è il frutto di un investimento di circa 2 milioni di euro. Con l’obiettivo di lanciare nel Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti, soprattutto gli “absolute beginners”, aziende che per la prima volta si affacciano su mercati internazionali. Come spiega Carlo Maria Ferro, presidente di Ice.

 

 

Quale gap va a colmare il recente accordo tra Ice e Amazon?

Andiamo a offrire un’opportunità di accesso all’eCommerce a più imprese. E soprattutto a quelle che per taglia e dimensione organizzativa hanno meno capacità di accedervi individualmente. L’obiettivo è di portare almeno 600 imprese su una vetrina dedicata al made in Italy presso uno dei maggiori marketplace mondiale.

Il budget di 2 milioni prevede un coinvolgimento anche superiore a 600 imprese?

L’accordo prevede almeno 600. Significa che se le opportunità saranno superiori potremmo, in un ambito e dimensione ragionevoli, accontentare tutti.

Qual è la salute dell’eCommerce nel nostro Paese?

Il commercio elettronico in Italia rappresenta ancora una quota troppo limitata dei canali distributivi. Oggi, sui beni di consumo complessivamente meno del 7% delle esportazioni avviene su canali online.

I retailer all’estero chiedono più storytelling per il made in Italy. La formula della vetrina su marketplace soddisfa questa richiesta?

Noi accompagneremo le imprese nella preparazione della loro presenza sul portale; Amazon, che ha un successo di business a questa iniziativa, farà altrettanto. Insieme siamo tutti motivati ad assicurare che la presenza di ciascuna impresa sia presentata al meglio perché l’eccellenza del proprio prodotto possa essere riconosciuta e poi tradursi in un ordine.

Da Amazon ad Alibaba, lavorate su un doppio binario con i grandi player dell’eCommerce?

Non parlerei di doppio binario. La strategia Ice è multisourcing. Le imprese che noi serviamo sono diverse. Nella dimensione, esigenze, target di mercato, caratteristiche settoriali. La strategia che io ho chiesto all’Ice di adottare è quella di offrire un menu. Una serie di opzioni diverse. Sia dal punto di vista del partner, sia per modalità e tipologia di piattaforma, dai marketplace a possibili canali di distribuzione online diretta.

Come si evince da questa intervista non c’è un ribaltamento della strategia verso l’esclusiva digitale: le linee guida dell’Ice prevedono cinque linee prioritarie. Il neopresidente tiene la barra al centro sottolineando la pluralità degli obiettivi. “Con il cda abbiamo definito le linee prioritarie di indirizzo dell’azione promozionale. Che sono cinque. Quella di continuare a promuovere l’eccellenza del made in Italy; l’innovazione; la sinergia di filiera anche sui mercati esteri delle Pmi; un focus sui processi digitali (eCommerce, blockchain & smart label per la protezione del brand o della denominazione di origine e lotta all’italian sounding, big data) e, infine, i giovani e le startup”.

Che ci sia uno spostamento verso il sostegno al commercio elettronico è naturale, vista la sua crescita esponenziale. Entro il 2021 le vendite retail online saliranno a 4.479 miliardi di dollari, una cifra doppia rispetto a quella registrata nel 2017. Cina e Usa rimangono i maggiori mercati del B2C per l’eCommerce. L’Italia paga ancora un ritardo rispetto ad altri Paesi europei più maturi nel settore. È il caso della Gran Bretagna, che ha un numero di utenti online 2,5 volte quello del nostro Paese. La quota di export online delle nostre Pmi sul totale del commercio italiano pesa poco più della metà (5,8%) della media mondiale (11,8%, quota eCommerce Pmi su commercio mondo). “In Italia due terzi delle imprese che fanno eCommerce sono concentrate nell’area del fashion -rimarca Ferro-. Ma ci sono altre opportunità, come il food (al secondo posto, al 15%, dopo fashion, con il 66%, e seguito dall’arredamento, 7%). C’è molto da fare. Ma le iniziative sull’offline sono ancora molto più grandi rispetto a quelle dell’online”. Fra queste, vanno ricordati gli accordi con i retailer all’estero: la svolta per promuovere il made in Italy.

Con l’obiettivo di colmare il gap della scarsa presenza della nostra gdo all’estero sono stati stipulati accordi con i retailer all’estero per portare sempre più made in Italy sugli scaffali, soprattutto negli Usa, Canada, Giappone, Uk, Sudamerica. Da quando è stata codificata questa linea di attività, la promozione attraverso la gdo ha portato a 86 accordi che riguardano oltre 13mila punti di vendita. L’esempio che ha destato più attenzione è stato quello con Walmart, che ha creato una linea di private label open dedicata all’Italia. L’azione dell’Ice riguarda circa 6.800 imprese, di cui 1.485 nuovi fornitori. Grazie agli accordi stipulati sono stati acquistati 465 milioni di prodotti in più. “Noi calcoliamo un numero moltiplicatore di 15 volte: un euro speso attraverso l’agenzia promozionale corrisponde a 15 euro aggiuntive di acquisti di prodotti made in Italy” ha ricordato Carlo Ferro.

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