Le parole sono importanti

In distribuzione Mark Up di Marzo. Il redazionale della direttrice Cristina Lazzati.

È ancora il tempo di rinnegati, delatori, intriganti ... Siamo ancora nell’oscurità? Quando verrà il momento della trasparenza, della giustizia? Leggendo quanto succede nel mondo, la rabbia facilmente può impadronirsi in chi crede nell’uguaglianza, nella correttezza ... Tra un proclama di Trump e l’ennesimo stereotipo sulle donne, sui gay, sui migranti, ti verrebbe voglia di urlare, di prendere a male parole chi ti inquina le orecchie (o il cellulare) con parole oltraggiose, se non per te direttamente, per una qualsivoglia fetta del genere umano. E’tempo di dire basta. Per farlo è però necessario scegliere le parole, le parole sono importanti. Ne abbiamo discusso a Trieste, nell’ambito di Parole O_Stili, un’occasione di confronto sullo stile con cui stare in rete, con l’obiettivo di “diffondere il virus positivo dello ‘scelgo le parole con cura’ perché (per l’appunto) le parole sono importanti”.Tutti noi abbiamo la responsabilità delle parole che utilizziamo, ancora di più se viviamo (è il nostro caso) di parole. Vale per giornalisti, editori e vale per il mondo del marketing: chiunque cavalchi un medium che sia un giornale, una tv ... o un negozio deve rendersi consapevole che maggiore è la sua influenza, maggiore sarà la responsabilità che ha nella scelta delle parole (e delle immagini). Banalmente, Fiat che per la Festa della Donna regala a chi acquista l’auto i sensori per il parcheggio, sta cavalcando uno stereotipo; così come chi, approfittando di una tragedia come il terremoto, lancia uno spot che propone una fuga (leggi viaggio) in una località esotica. Il cattivo gusto ha talmente imperato negli ultimi anni che ci abbiamo quasi fatto l’abitudine. Si è molto scherzato sulla politically correctness che aveva caratterizzato il decennio di Clinton, esagerata, per alcuni, falsa per altri, sicuramente l’era di Trump la fa rimpiangere. Leggevo poco tempo fa un post di Mirah Curzer, avvocato, attivista e blogger, che offriva una sorta di vademecum su come rimanere arrabbiati senza perdere la testa, il che non significa necessariamente porgere l’altra guancia, piuttosto come rispondere alle aggressioni verbali, alle dichiarazioni razziste, senza degenerare in una guerra. Lo stiamo osservando nelle campagne istituzionali di molte aziende americane che stanno creando una sorta di fronte a difesa delle differenze, da Budweiser a Nike, da Adidas a Airbnb. Anche a casa nostra qualcosa si muove: pensiamo a Conad che da qualche anno con la sua campagna “Persone oltre le cose” è sceso in campo prendendo posizione su temi sociali e economici che prescindono il suo core business, arrivando al messaggio per il Natale 2016 #apriamoleporte, un invito all’inclusione, un messaggio che fa “bene” alla società all’ascolto. Perché i valori sociali devono valere per tutti, anche per i brand.

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Amo il cambiamento e lo vivo con passione, mi occupo di marketing e retail da quindici anni, ho diretto on e off Gdoweek e da qualche tempo anche Mark UP, prima ho seguito con altrettanta passione cinema e lifestyle, ho scritto di moda e di ristoranti, ho lavorato per la televisione e per la radio, ho vissuto almeno tre vite e nessuna mi ha annoiata.

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