Le potenzialità inespresse del sorgo: ruolo dell’Italia

Possiede tutte le caratteristiche per rispondere alle grandi sfide a cui è chiamata l’agricoltura mondiale in questo terzo millennio

È il quinto cereale più coltivato al mondo con ben 55,8 mln t di produzione annua. Eppure ben pochi consumatori lo conoscono e lo consumano. Probabilmente perché il sorgo è di casa soprattutto nelle zone aride e semiaride di Asia e Africa. Per i nordamericani e gli europei il sorgo è un alimento per animali, poiché se ne ricavano granella e foraggi insilati destinati agli allevamenti avicoli, bovini e suini. Eppure possiede tutte le caratteristiche per rispondere alle grandi sfide a cui è chiamata l’agricoltura mondiale in questo terzo millennio: basso impatto ambientale, elevata rusticità, differenziazione varietale in funzione dell’uso finale (sorgo da granella, da foraggio, da seme) e quindi estrema versatilità d’uso (alimentazione umana o animale). E potenzialità ancora inespresse a livello di utilizzi industriali (biocarburanti, metanizzazione e biomateriali) e, per quanto riguarda il sorgo rosso, come ingrediente colorante.

 

 

L’Organizzazione Interprofessionale Sorghum ID nasce per promuoverne la coltivazione in Europa e far “guardare” al sorgo in modo nuovo, facendogli fare quel salto di qualità necessario a farlo diventare il cereale del futuro. Un obiettivo condiviso dalla Commissione europea che per la promozione del sorgo in Europa ha stanziato nel 2017 un budget di 1,17 milioni di euro, di cui 870mila in fondi comunitari.

 

 

È stato promosso un progetto triennale di valorizzazione a cui hanno aderito 11 paesi (Italia compresa) e molti istituti di ricerca (tra cui il Crea) con l’obiettivo di promuoverne il miglioramento genetico. In Italia è coltivato su circa 40mila ettari per una produzione annua di circa 294mila tonnellate, (fonte Crea), in crescita annua del 22%. L’Italia è seconda in Europa ma è ben distante dagli oltre 15 milioni di tonnellate del leader mondiale, gli Stati Uniti.

Il primo aspetto che ha portato a riscoprire il sorgo è la sua capacità di rispondere in modo positivo ai cambiamenti climatici. Questo cereale richiede un impiego ridotto di mezzi tecnici e ha un basso fabbisogno di azoto e un ridotto fabbisogno idrico: per coltivarlo serve il 30-50% di acqua in meno rispetto al mais, il cereale a cui più somiglia per utilizzi e caratteristiche. Ma anche quello per cui rappresenta una valida alternativa soprattutto in Europa, dove l’85% delle superfici non sono irrigate e, quindi, dipendono dalle piogge.

All’università Cattolica di Cremona un’équipe del professor Lorenzo Morelli sta lavorando, sostenuto da Regione Lombardia per creare una filiera regionale di ingredienti ad alto valore nutrizionale ottenuti dal sorgo. Ha sviluppato un lievito madre che permette di realizzare prodotti da forno (come muffin e cracker) a base di farina di sorgo. I primi risultati fanno ben sperare per lo sviluppo effettivo dei prodotti e per il loro sbarco sul mercato. Anche in Campania si lavora da anni sul sorgo destinato all’alimentazione umana: a farlo è il CNR di Portici, che tramite lo spin-off Celi.net, dal 2006 ha avviato il progetto di filiera ISFAAGF per l’introduzione del sorgo bianco di qualità alimentare, che viene poi trasformato in biscotti gluten free venduti con il marchio Molino Alba. In gdo il sorgo si trova in vendita sotto forma di cereale al naturale (come nei mix pronti di legumi e cereali Pedon) o soffiato oppure come ingrediente di gallette e prodotti da forno. In alcune catene più specializzate (come Naturasì) si trova anche la pasta di sorgo, ampiamente acquistabile online.

Punti di forza

Sul tavolo della nutrizione il sorgo ha due assi da giocare: l’assenza di glutine e il basso indice glicemico, che ne fanno un ingrediente interessante per alimenti destinati a celiaci e a consumatori healthy. Questi due plus, uniti all’alto tenore in fibre e alla diffusione del sorgo nelle cucine etniche, hanno spinto la Società italiana di pediatria a inserirlo tra i cereali alla base della piramide alimentare transculturale, consigliando alle mamme italiane di darlo ai bambini sin da piccoli.

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