L’industria della moda alla ricerca di sostenibilità

Una maggior consapevolezza da parte dei consumatori dell’impatto del settore moda sull’ambiente sta portando le aziende a nuovi accordi per standard di sostenibilità più elevati.

 

 

L’avvento del “fast fashion”, per cui nuove collezioni vengono disegnate, prodotte e vendute a ritmi sempre più veloci, ha portato a una drastica riduzione del numero di volte in cui un capo viene indossato prima di essere gettato via e questo modello “usa e getta” moda sta esercitando una seria pressione su alcune risorse naturali non rinnovabili. Alcuni segnali però indicano una versione di tendenza, almeno sull’aspetto legato all’ambiente.

“Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma”, sostiene David Sheasby, Head of Stewardship and ESG della società di asset management Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason. “Per anni – continua Sheasby - l’industria della moda è andata a caccia di modalità più economiche per produrre abiti destinati ad un’obsolescenza sempre più rapida. Ma un cambiamento potrebbe essere in arrivo, con il focus che potrebbe spostarsi dalla scalabilità alla sostenibilità”.

Tra gli esempi più virtuosi, c’è quello di Patagonia – società di abbigliamento sportivo non quotata in borsa – che ha sviluppato materiali riciclati e organici, creato prodotti durevoli, donato almeno l’1% dei ricavi a gruppi ambientalisti e promosso iniziative di giustizia sociale per i suoi dipendenti.

Da segnalare anche il caso di H&M che, sempre secondo Sheasby “è stata oggetto di critiche per alcune attività, come il presunto incenerimento dei prodotti non venduti, ma ha mostrato una crescente attenzione verso la questione della riusabilità. Il suo Garment Collecting Program incoraggia il riciclo in negozio dei capi d’abbigliamento, e nel sito della società è presente un’area dedicata alla sostenibilità, con consigli per prolungare la vita di indumenti e accessori”.

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