Linkontro 2018: dare valore ai big data

Quali le conseguenze della quarta rivoluzione industriale? Il professore Francesco Daveri valuta benefici e prospettive. Il rischio? L’aumento della disuguaglianza sociale

La terza rivoluzione industriale usava già elettronica, informatica e robot. La quarta rivoluzione industriale usa macchine collegate in rete che imparano per produrre beni e offrire servizi. L’obiettivo oggi è di “dare valore economico ai big data disponibili in abbondanza ma privi di valore se non organizzati e interpretati”. Parte da questo assunto l’intervento di Franco Daveri, professore di Macroeconomia alla Sda Bocconi, intervistato da Andrea Cabrini. La quarta rivoluzione industriale ha però profonde conseguenze economiche e sociali.

 

 

“Le nuove tecnologie sono nelle mani di pochi -spiega- innovatori, investitori e azionisti”. Di fatto dunque aumenta la disuguaglianza. “Viviamo in un mondo in cui aumenta la concentrazione nelle vendite, nei profitti, nella proprietà delle aziende -dice Daveri-. Le Big Five ossia Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft si sono spartite i mercati e hanno cominciato a farsi concorrenza”. In caso di monopolio ne uscirebbero danneggiati i consumatori perché aumenterebbero i prezzi e diminuirebbe la qualità”.

Il professore cita uno studio di McKinsey che ha calcolato in quali settori si perderanno posti di lavoro. “Sarà più facile automatizzare attività operative in contesti stabili, il retail trade , per esempio, è tra i settori più automatizzabili mentre sarà più difficile automatizzare attività con molta interazione umana e sociale come nel caso di giornalismo e politica”.

 

 

Cosa fare allora per attenuare gli effetti sociali negativi? “Non tassare i robot né prevedere redditi di sicurezza a tutti -risponde-, sarebbe meglio avere misure preventive o compensative attive come programmi di formazione permanente, compensazioni salariali parziali per chi cambia lavoro, prestiti a lungo termine ai fini di riqualificazione professionale”.

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