L’Italia deve fare l’Italia, così si vince

Padre storico dell’ambientalismo italiano, con una lunga esperienza in Legambiente, oggi Ermete Realacci, entrato in Parlamento, è il Presidente della Commissione Ambiente della Camera da cui esercita una funzione di guida, non solo all’interno del Partito Democratico, circa le visioni strategiche sul futuro della nostra economia.

L’obiettivo di cui si parla è di raddoppiare le nostre esportazioni di prodotti alimentari. Che visione c’è dietro un progetto così impegnativo?
È difficile dare delle risposte univoche e sintetiche. Mettiamola così. La percezione del posizionamento dell’Italia è ora molto più forte e favorevole che nel passato, anche se poi il governo non riesce a costruire nel complesso politiche coerenti.  Tutto, a mio avviso, si può sintetizzare in uno slogan: l’Italia deve fare l’Italia, che poi è quello che il Presidente del Consiglio ripete spesso. In altri termini, la globalizzazione per l’Italia non è una maledizione a patto che noi abbiamo un’idea chiara di dove andare, ovvero di qual è il nostro posto nel mondo. Un mondo che non è una fiera di beneficenza, non basta lo stellone, bisogna impegnarsi, cambiare, innovare, investire. Però è relativamente facile capire che il ruolo dell’Italia è di intercettare quella domanda di qualità, di bellezza, di economia a misura d’uomo che viene associata al marchio Italia.

Come si traduce questo posizionamento in politiche economiche concrete?
Faccio un esempio significativo. Prendiamo il Salone del Mobile che è uno dei templi del design, un posto dove il massimo dell’innovazione in termini di prodotto, di qualità, di bellezza diventa mercato.  Ciò vale anche per l’agroalimentare e per la moda. Noi dobbiamo produrre all’ombra dei campanili cose belle e buone che piacciono al mondo. E, infatti, tranne la Germania, nell’export noi battiamo tutti. Dirò di più, anche senza indirizzo, la naturale propensione dei nostri imprenditori a spostarsi sulla fascia alta, ci porta a competere naturalmente al livello giusto. Quindici anni fa se qualcuno avesse detto che avremmo continuato a fare in Italia le montature degli occhiali saremmo stati guardati come lo scemo del villaggio. Oggi la Cina fa gli occhiali fino a 10 euro, ma gli occhiali di qualità li facciamo noi.

Stiamo però parlando di futuro?
Questa non è un idea di futuro è quello che è già accaduto trent’anni fa. Vedi il caso del metanolo che cercava di esportare vino a basso prezzo basandosi su una concorrenza di bassa qualità. Oggi produciamo la metà del vino del 1985, ma il valore è aumentato enormemente e facciamo vino in posti prima impensabili, tipo la Valle del Belice che oggi, a cinquant’anni dal terremoto, è un giardino. Realacci_VerbDel resto un pezzo della sfida del futuro è affidata alla messa a frutto dei nostri cromosomi. Abbiamo vinto con le altre enologie Cile, California, Australia e con la Francia ce la battiamo lì lì, perché siamo riusciti a mettere a frutto le centinaia di vitigni autoctoni che sono figli della stratificazione storica di etruschi, greci, romani, cartaginesi. Ma anche perché c’è qualcosa nel nostro patrimonio genetico, dovuto all’interazione con un ambiente con poche materie prime, che ci fa fare le cose per istinto. Mi viene in mente Hari Seldon della Trilogia Galactica di Isaac Asimov che volendo far fare un salto di qualità all’umanità trasporta i migliori cervelli in uno sperduto mondo poverissimo di materie prime.

Un impegno dello Stato verso alcuni aspetti è però assolutamente necessario: prendiamo per esempio il piano di riassetto idrogeologico in un territorio fortemente antropizzato come il nostro...
È vero c’è un enorme arretratezza dell’Italia e lei può immaginare quanto questo aspetto mi stia a cuore come vecchio ambientalista, però prima bisogna capire bene dove vogliamo andare. Intendo dire che deve essere chiaro che le politiche ambientali di messa in sicurezza non sono qualcosa che viene dopo le strategie economiche, ma sono integrate in esse. La cura dell’ambiente e del territorio è dunque anche un elemento di marketing. Penso alla costituzione senese del 1309.  Scritta in lingua volgare perché potesse essere letta da tutti recita in questo modo: chi governa deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. Già nel 1300 la bellezza della città, del territorio generava ricchezza e prosperità con onore, cosa che anche oggi è alla base della buona economia e del bene comune.

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