Lockdown e dintorni, brevi note su una biopolitica dei consumi

Cibo biologico e macchinari da palestra: il consumatore inconsciamente compra una esperienza psichica di contenimento dell’ansia

Quando il 3 novembre 2020 il Governo italiano proroga ancora una volta il cosiddetto stato di emergenza, che altro non è che lo stato di eccezione (come ampiamente analizzato da Giorgio Agamben), ci siamo tutti ritrovati “sospesi” in una eccezione normalizzata o in una eccezionale normalità, a seconda di come la si guardi. Lockdown, smartworking, homeschooling, maschere di comunità, distanziamento sociale e disinfettanti sono diventati, senza che nessuno di noi abbia avuto accesso ad alcuno spazio di riflessione collettiva, le nostre uniche interfacce sociali all’aperto, vale a dire, al di fuori della dimensione digitale. Nuovi rituali collettivi pubblici e privati, come indossare la mascherina, disinfettarsi pubblicamente le mani o affermare a voce alta che sì ce le siamo lavate, mentre tutti intimamente resistiamo al gesto spontaneo che emerge di stringersi la mano, di abbracciarsi o baciarsi sulle guance, dimostrano come il COVID-19 non sia solo una pandemia sanitaria ma anche di costume. Considerando che ‘la storia ci insegna che ogni fenomeno sociale ha o può avere implicazioni politiche’, Agamben suggerisce di registrare con grandissima attenzione i nuovi concetti del lessico politico, come ad esempio il distanziamento sociale. A tale suggerimento aggiungerei la necessità di una riflessione sulle conseguenze sociali e di costume che tale lessico comporta e comporterà in un futuro non troppo anteriore.

 

 

Certamente un evento come il COVID-19 ha portato alla luce come la gestione della vita individuale sia non un affare privato ma pubblico e politico, e direi ancor prima di tutto un affare di stato. Come quando in guerra ci si rinchiude nei bunker per evitare l’attacco del nemico, qui ci si rinchiude in casa per evitare il virus nemico che invisibile e impercettibile (molti sono i portatori sani o asintomatici) si annida sulle maniglie, sui bottoni dell’ascensore, sul carrello del supermercato, e persino sui beni di consumo primari e secondari. Questo nemico invisibile, e fino ad ora imbattibile, ha invaso non solo gli spazi delle nostre vite, ma anche gli interstizi più privati, come i personali momenti improduttivi delle pause, delle passeggiate, delle serate a cena fuori con gli amici, dello shopping nel weekend, dell’aperitivo nel dopo lavoro, del pranzo la domenica dai nonni. Il nuovo lessico politico ha definito le nostre vite, rendendole ‘single’, singole e atomizzate. Ne ha mostrato sia la loro brutale solitudine che la loro soffocante coesistenza. Così per la prima volta dopo la Rivoluzione Industriale si osserva un movimento dalla città alla periferia dove le case costano meno e sono più spaziose, magari persino con un balcone o un piccolo giardino, per poter uscire, perché no, senza autocertificazione. Come in un gigantesco esperimento sociale ci siamo ritrovati a vivere 24 ore su 24 o in un isolamento (che è stato vissuto come punitivo da chi di noi aveva scelto una vita autonoma) o in una coabitazione forzata e claustrofobica con mariti, mogli, figli, nonni e nipoti, senza in entrambi i casi avere una via di fuga. Perché ‘l’esperimento sociale’ COVID-19, a differenza dello Stanford Experiment o persino del Grande Fratello, non prevede alcuna via d’uscita per il singolo. Chi infrange le norme politiche in vigore viene squalificato come soggetto non responsabile, quindi non etico. Ecco che qui emerge una delle grandi contraddizioni della biopolitica: le azioni del singolo in sfregio a una norma politica, come in questo caso potrebbe essere uscire all’aperto senza la mascherina o paradossalmente ammalarsi di COVID-19 quando si è giovani, acquistano un valore etico, un tale peso morale che schiaccia il soggetto stesso definendolo colpevole sotto lo sguardo collettivo (interiorizzato e non). Chi non segue le norme, anche se sfugge alla multa pecuniaria, suscita l’ira di chi si adegua alle regole o di chi ci invita con più o meno veemenza a seguirle. Vergogna e colpa sono la risposta psicologica dell’esperienza COVID-19, accompagnata da ansia da contagio, agorafobia, depressione indotta, paura dell’altro. Luoghi che fino a gennaio erano di ritrovo e di svago, come ristoranti, food-courts, grandi magazzini, negozi, cinema, teatri e mercatini di Natale, oggi sono visti attraverso una lente radiologica che valuta subito il rischio della possibilità di contagio. Unico modo per accedere a tali luoghi, senza cadere nel baratro dell’ansia, della colpa o della vergogna è sottoporsi a rituali pubblici di igiene personale (lavare le mani con gel igienizzanti o salviettine igienizzate), non respirare l’aria altrui coprendosi naso e bocca con maschere che sempre più normalizzate dal consumo di massa, stanno diventando un accessorio moda che individua e differenzia, piuttosto che un mero dispositivo sanitario di protezione.

 

 

Mentre le pubblicità in tempo di COVID mostrano soddisfatti consumatori che indossano mascherine, un video prodotto dalla Barilla attraverso la voce di Sofia Loren "ringrazia" tutti coloro che hanno sempre lavorato durante il lockdown anche se bardati di maschere, guanti e altri apparati, per mandare avanti il paese, perché la nostra è una ‘Italia che resiste’. Però, quando la resistenza scivola in esistenza quotidiana un cambio di costumi radicali avviene di default. Ritengo sia molto probabile che l’utilizzo di mascherine, che già si vedono prodotte un po’ ovunque, dai privati alle farmacie, alle grandi firme, rimarrà una performance pubblica anche nel caso si trovasse il vaccino anti-COVID. Come ritengo rimarrà il trend di acquistare on and off-line cibo biologico: basti pensare che durante la prima parte del 2020 si è registrato un incremento di vendita del biologico pari all’11%. Altra area di consumo che probabilmente continuerà a crescere è quella di oggetti e macchinari legati al fitness che si trasformeranno a livello di design sempre più come una oggetto di arredamento: dal materassino per yoga e pilates alla cyclette; dallo stepper al tapis-roulant. Altra area legata alla precedente è quella dell’abbigliamento da jogging; le tute e gli abiti comodi ma dignitosi per chi di noi fa smartworking e deve sedere interminabili ore di meetings su Zoom. Slavoj Žižek aveva già notato che coloro che acquistano cibi biologici non lo fanno perché davvero credono che siano più salutari. Il motivo di tale scelta è più psicologico: nello scegliere il cibo biologico, o nell’inserire all’interno dello spazio abitativo macchinari da palestra, il soggetto inconsciamente compra una esperienza psichica di contenimento dell’ansia, che in tempi di COVID è legata alla malattia, sposando un life style sano, ecologico e meglio ancora se sostenibile. Vale a dire che in momenti di panico e paura la nostra psiche ci spinge a contenere tali emozioni attraverso l’acquisto di tutto ciò che è “sano” e “salutare”, e che ci offre la sensazione di “stare meglio”, e magari ci fa dimenticare, anche solo per qualche istante, che quello che per tutti noi era normale, nel pre-COVID per intenderci, non ritornerà mai più. Sia chiaro, trovare anche il lato positivo delle norme igieniche adesso condivise, come del consumo di cibi biologici, e di una maggiore attenzione alla salute individuale non sono da condannare, tutt’altro. D’altro canto però, è necessario riflettere sul post-COVID in termini non solo finanziari, ma psichici e filosofici. Come verranno gestiti il PTSD da lockdown, la Zoom fatigue e il diritto ad essere off-line, in una società dominata dalla sorveglianza digitale? Cosa significherà diventare intimi con persone nuove? Come ci si interfaccerà con lo straniero? E ancora, come verranno organizzati gli ospedali, le case di cura, le scuole, gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i porti in modo da essere pronti a rispondere immediatamente alla prossima pandemia, o alla lunga onda di quella che stiamo già vivendo? Indubbiamente la responsabilità non può e non deve ricadere sul singolo individuo, poiché è evidente che quando la responsabilità di un evento collettivo di tale impatto, come lo è una pandemia, ricade così violentemente sulle azioni dell’individuo singolo, il fallimento del sistema statale nella tutela del cittadino appare incontestabile.

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