Made In Italy: tra rilancio post Covid-19 e normazione

Il brand Made In Italy è tutt’altro che incolume dagli effetti della pandemia. La partita si gioca a livello normativo e di strategia imprenditoriale

Il Made In Italy è diventato, nel corso degli anni, sempre più sinonimo di eccellenza italiana, in quanto in grado di riflettere le abilità e le capacità distintive del sistema imprenditoriale nostrano, concretizzandosi principalmente nelle voci di surplus commerciale date delle esportazioni. In tal senso il “Country effect” che, nell'immaginario collettivo, determina il “Made In” su un prodotto o una marca, sta vivendo un momento di sostanziale tensione e difficoltà, come conseguenza diretta della pandemia. Gli effetti impietosi del Covid-19 non stanno risparmiando nessuno, Made In Italy incluso, nonostante sia ormai accreditato non solo come mera denominazione geografica, ma anche come vero e proprio brand, tanto che già diversi anni fa, sulla base di uno studio KPMG, Giuliano Noci (Politecnico di Milano) scriveva che “se il Made In Italy fosse un brand sarebbe il terzo marchio più noto al mondo, dopo Coca Cola e Visa”.

 

 

Delle cosiddette tre “F” da manuale del “Made in Italy” (Food, Fashion, Furniture), solo il Food sembra, in parte (Gdo, food retailer di sorta, ecc.), essersi salvato dall’onda d’urto, con tutto il mondo della ristorazione che dallo scorso 18 maggio tenta di riaprire i battenti, ove possibile. Questo andamento è confermato da dati e proiezioni, così come emerge dal 3° report Covid-19 “Nell’occhio del ciclone” pubblicato lo scorso aprile 2020 dall’Ufficio Studi di Confartigianato, in cui sono proposti alcuni scenari sull’andamento dell’export nei settori di Micro e Piccola Impresa (MIP). Si tratta dei settori alimentare, moda, legno, mobili, prodotti in metallo, gioielleria e occhialeria, analizzati sulla base delle previsioni di domanda estera per area pubblicate dal WTO (World Trade Organization) nelle scorse settimane. Sulla base del modello adottato, in uno scenario base, nel 2020 l’export nei settori di MIP è in calo del 10%. Nello scenario più severo proposto dal WTO si arriva a registrare una caduta del 28,7%. Confartigianato considera, tuttavia, più realistico uno scenario intermedio, per cui nel 2020 il Made in Italy nei settori di Micro e Piccola Impresa segnerebbe un calo del 19,3%, una flessione che risulterebbe più ampia del -17,1% registrato nella recessione del 2009.

Proiezioni MIP_Confartigianato
© Ufficio Studi Confartigianato

Per correre ai ripari da questi scenari, in ogni caso, non positivi, il Ministero degli Esteri  ha promosso dei tavoli settoriali virtuali per la promozione del Made in Italy. L'intento è quello di unire le forze produttive in una strategia comune: il Patto per l’export lanciato dallo stesso Ministro Luigi Di Maio. Si è trattato di 12 confronti, tenutisi fino allo scorso 21 aprile 2020, su altrettanti settori produttivi e ambiti di attività, a cui ha contribuito anche successivamente la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che nella seduta digitale del 7 maggio 2020, ha approvato un documento nazionale con i primi suggerimenti in merito.

 

 

Spostando l’attenzione dalla congiuntura economica data dalla pandemia, bisogna, tuttavia, tenere presente che la questione Made In Italy è dai contorni complessi anche in tempi ordinari sul fronte della normazione. La normativa di riferimento in tema di Made In Italy è complessa e ha il difficile compito di regolamentare due anime contrapposte del dibattito: da un lato le aziende multinazionali e non solo che tendono a delocalizzare parte della produzione all’estero per ridurne i costi; e dall’altra le imprese che mantengono la produzione in Italia e che hanno interesse a vedere valorizzati i maggiori costi sostenuti con la possibilità di apporre sui prodotti un marchio che è riconosciuto come sinonimo di qualità.

In sostanza, la questione ruota attorno all'attuale divisione internazionale del lavoro, secondo cui la produzione dei beni finali è sempre più spesso il risultato di lunghe catene produttive globali, le cosiddette “Global Value Chains” o GVC; e parallelamente alla necessità di tutelare, con una decisa lotta all’illegalità, la contraffazione e l’ “Italian sounding”, che contribuiscono in misura tutt’altro che marginale a penalizzare i settori del Made In Italy.

La partita legislativa è duplice, in quanto, oltre sul fronte della normativa italiana,vi è quella europea, che fatica ad affermarsi, nel tentativo di mediare gli interessi dei diversi Stati membri. Le parole assumono un peso decisivo, dovendo fare attenzione a non confondere i concetto di “origine” (luogo di produzione) con quello di “provenienza” (luogo da cui un bene viene spedito) di un bene, e rifarsi, sulla base del all’art. 60 del Codice Doganale dell’Unione, ai criteri di “merci interamente ottenute in un unico paese o territorio”  o del criterio dell’ “ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata delle merci”. Inoltre, bisogna tenere presente che nel 2014 il Parlamento Europeo ha approvato una proposta di normativa che ha introdotto l’obbligo di indicare il “Made In” anche per i prodotti fabbricati in Europa, per cui i produttori dovranno indicare il Paese d’origine sull'imballaggio o documento di accompagnamento o sul prodotto stesso. Essi avranno la facoltà di utilizzare la dicitura “Made In EU” oppure indicare il nome dello specifico Paese di origine. Si tratta di un provvedimento che al di là della buona volontà nel limitare il campo d’azione extra-EU, non mette in salvo da situazioni poco chiare e a tratti spiacevoli.  A ciò si aggiunge, relativamente al campo alimentare, l’introduzione con entrata in vigore il 1 aprile 2020 del Regolamento UE 2018/775 che prescrive l’indicazione di origine e/o provenienza dell’ingrediente primario, allorché diversa dal ‘prodotto in...’ indicato in etichetta. Inutile dire che l’emergenza Coronavirus ha distolto l’attenzione da queste questioni, nient'affatto semplici, tanto che si intende, da queste brevi pennellate, che necessiterebbero di un adeguato approfondimento giuridico, che il capitolo “Made In” è tutt’altro che privo di controversie.

A tal proposito, è dello scorso 15 maggio 2020 il comunicato stampa dell’Eurodeputato Marco Zullo (M5S) che riporta come la Commissione Europea abbia annunciato l’intenzione di ritirare il pacchetto “Sicurezza dei prodotti e Vigilanza del Mercato”, fermo in Consiglio da ormai sette anni. Un pacchetto all’interno del quale è contenuta una norma a tutela del Made In Italy, che obbliga ad inserire in etichetta l’origine dei prodotti manifatturieri (quindi, non agricoli e legati all’alimentare di cui si faceva riferimento in precedenza). L’esecutivo ha giustificato la sua scelta affermando che quel pacchetto è ridondante rispetto al nuovo pacchetto di riforme approvato lo scorso anno, il cosiddetto “Pacchetto Beni”. Entro il prossimo anno, la Commissione Europea pubblicherà una nuova proposta sulla sicurezza dei prodotti. Sarà allora quella la sede per insistere, politicamente, per avere un’etichetta a difesa del Made In, che aiuti le imprese italiane e i consumatori a essere più tutelati, incrementando anche la lotta alla contraffazione, l’uniformità dei controlli alle frontiere, la concorrenza equa tra imprese europee ed extra-europee e maggiori controlli sui mercati online.

In conclusione, accanto alle annose questioni normative, bisognerà intervenire massicciamente per salvaguardare il Made In Italy, capendo come poter ribaltare le criticità della crisi in posizioni di vantaggio. Tra queste, si potrà cercare di rimodulare la catena del valore, grazie anche ad una maggiore digitalizzazione dei processi, che potranno anche amplificare concetti come creatività, innovazione e cultura di cui sono impregnati i prodotti e i brand del Belpaese.

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