Municipalizzate italiane: indipendenza e competenza

Le classi dirigenti dell'Italia hanno necessità di un rapido e diffuso ricambio. Il management delle imprese pubbliche e delle municipalizzate in particolare ha esigenza di trovare superiore autonomia decisionale e maggiore indipendenza dalla politica.

Il dibattito di questi mesi sui destini delle municipalizzate italiane e le diverse interviste sull'argomento rimettono in primo piano le cose da fare a breve (e medio) termine e il quadro entro il quale realizzarle riportando all'attualità un dibattito teorico e pratico di mezzo secolo fa sulla triplice separazione tra politica ed economia, tra proprietà (azionisti) e controllo (decisioni) e tra rischio (finanza) e potere (nomine, crescita, investimenti). Un dibattito su governance e assetti istituzionali societari che semplificando opponeva due scuole di pensiero, una più liberal e socialdemocratica e l'altra più liberista. Queste due scuole dibattono le modalità con le quali le tre separazioni devono potersi comporre per creare valore. Più rivolta agli stakeholder la prima scuola, più agli azionisti la seconda. Partiamo da ciò che li unisce: (a) i tre livelli di separazione vanno perseguiti per assicurare l'efficacia dei controllo evitando la paralisi organizzativa e strategica delle società attraverso logiche di veto; (b) la separazione tra politica ed economia è fondamentale per assicurare le reciproche autonomie tra fissazione delle regole e uso di queste per creare valore. Ciò che invece divide i due approcci è il ruolo da assegnare all'autonomia del management (tecnostruttura). Pensiamo al caso italiano delle società municipalizzate, spesso indebitate e con bassa crescita: gli azionisti sono "ostaggi" di tale situazione - non potendo uscire a breve-medio termine dall'investimento (pena perdite enormi) e impossibilitati a chiedere dividendi - e hanno come unica strada quella della riorganizzazione e della crescita, affidandosi a un management forte. Paradossalmente, data la "forza politica" dell'azionista pubblico, il management si trova spesso in una situazione fragile di scarso potere decisionale potendo agire solo su percorsi di crescita e/o di riduzione dei costi in quanto i prezzi nei mercati regolati sono più difficili da influenzare. Affinché l'esito possa cambiare in positivo, il management deve non solo essere di altissima competenza, ma avere anche una grande autonomia e capacità di coniugare la creazione di valore con la natura specifica (pubblica) dei suoi azionisti, possibilmente con una crescita in grado di ridurre l'indebitamento conformandolo all'interesse generale. La posizione liberal-democratica supera così quella liberista perché inserisce le finalità di crescita dell'impresa in un quadro più ampio di interesse generale che, invece, la seconda rifiuta all'insegna dell'unico obiettivo della massimizzazione dei profitti (per gli azionisti) sotto l'unico vincolo delle norme giuridiche e morali, dove il management non rappresenta altro che un fiduciario dell'azionista. Questa seconda posizione, tuttavia, per azionisti di tipo pubblico ha portato a nomine "troppo fiduciarie" incentivando di fatto ciò che avrebbe voluto evitare, e cioè un'irresponsabilità manageriale con gli esiti che conosciamo perché eccessivamente correlata non tanto alla proprietà pubblica quanto ai partiti (transitoriamente) responsabili delle nomine, e ancora più dolose perché volatili e frammentarie nel tempo. La preferenza è per una posizione lungo una dorsale liberal-democratica e managerialista che insiste sulla scelta di una forte autonomia manageriale - venuta meno negli ultimi anni - guidata da altissima indipendenza e competenza le cui scelte la politica valuterà per obiettivi e per progetti definendone orientamenti e compatibilità. Le decisioni sugli assetti istituzionali e sulla governance seguiranno. Prioritario è allora il ripristino delle tre separazioni dalle quali parte la storia delle società municipalizzate per riavviare la fisiologia dei controlli incrociati e distinti tra proprietà e management, all'insegna delle reciproche autonomie. Le nomine avvengano all'insegna del rinnovamento e dell'apertura con criteri di merito e con modalità di incarico che privilegino le competenze e la professionalità e possibilmente l'internazionalizzazione dei profili, come ad esempio ci insegna l'esperienza virtuosa del Baden Wurtemberg !

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