Nella cultura il mercato non basta

Non e' detto che privatizzare faccia rima con valorizzare. Il vero obiettivo e' di avere strutture pubbliche che funzionino e svolgano la loro missione

Angelo Miglietta nel suo commento centra il suo j’accuse sul fatto che la gestione dei beni culturali in mano pubblica produca scarsa efficienza (leggi sprechi) e scarsa efficacia (leggi modesta fruizione da parte di chi ne dovrebbe avere godimento). E, buttando sul pubblico tutta la colpa delle disfunzioni, loda il mercato come modalità salvifica per fare del Bel Paese una nazione finalmente moderna nella valorizzazione del suo patrimonio artistico. Il mercato infatti si porta dietro le pratiche manageriali, l’apertura alla concorrenza, l’elasticità nei comportamenti e lo spirito d’iniziativa e – last but not lost – un vincolo stringente sui costi per cui non bisogna spendere a vanvera, altrimenti l’istituzione non riesce a perdurare.

Bisogna però procedere con molta cautela in questa prospettiva, altrimenti si rischia di imboccare il crinale scivoloso del liberalismo duro e puro. Un refrain spesso ripetuto da chi pensa che nel settore culturale possano essere replicate sic et simpliciter le dinamiche dei comparti dove vige la semplice logica della domanda e della offerta: in periodi di vacche magre, come quelli di questi anni recenti, lasciamo operare il mercato e così anche le disfunzionalità della mala-governance spariranno per magia.

Basta quindi allo stato spendaccione e vedrete che il virtuosismo di Pompei (come quello dei teatri, dei musei, delle sale cinematografiche, degli auditorium, e così via) piano piano trionferà. E’ questa la teoria che propugnava anche il saggio Kulturinfarkt. Azzerare i soldi pubblici per fare rinascere la cultura (Marsilio), che così tanto successo ebbe due anni fa nel dibattito tra gli addetti ai lavori: forza con le privatizzazioni o addirittura con le cancellazioni delle istituzioni che hanno scarsa predisposizione all’autofinanziamento; per risvegliare il sistema culturale bisogna “affaticarlo” e solo in questo modo le difficoltà aguzzeranno l’ingegno. Personalmente, in quei giorni, mi sono speso con molti articoli per sostenere che tale ritornello fosse molto pericoloso, perché il mercato nelle arti e nella cultura (anche se aiuta perché fortifica l’economicità) non risolve i problemi di fondo.

L’attività artistica, infatti, ha natura meritoria (merit good) e deve comunque essere garantita la fruizione dei beni ritenuti utili, indipendentemente dalla presenza di una domanda congrua esercitata dal cliente. In quest’ambito non c’è la sovranità del consumatore, come nel rapporto tra domanda e offerta più tradizionale. La domanda di cultura tende ad appiattire l’offerta, se quest’ultima non la corregge con un ruolo più educativo e pedagogico e se essa non si pone l’obiettivo di sostenere nel tempo la sensibilità estetica e il raffinamento del gusto (si pensi al destino della musica contemporanea o alle forme più avanguardistiche del cinema, del teatro, della letteratura, se il loro sviluppo fosse lasciato alle drastiche leggi del mercato). Era questo il ragionamento dell’economista William Baumol (il famoso “morbo di Baumol”), quando dimostrava negli anni Sessanta che l’economia della cultura è sempre comunque tributaria dei fondi pubblici, perché la cosiddetta “malattia” economica risiede nel fatto che la cultura sia per definizione incapace di realizzare guadagni di produttività per vincoli di costo del lavoro e di prototipizzazione, senza che la qualità si deteriori.

L’offerta ha pertanto una traiettoria “a parabola”: le entrate extramercato si aggiungono alla fruizione spontanea, fino al momento in cui il consumatore si evolve e a regime si riescono a raggiungere introiti sufficienti per fare stare in piedi le istituzioni senza stampelle. Il mercato dunque non basta. Serve l’intervento pubblico (non necessariamente statale), insieme alle entrate dei donor istituzionali o individuali. Non mescoliamo pertanto la “sana gestione” con la “privatizzazione”; essi sono due processi concettualmente distinti, anche se spesso possono andare a braccetto.

Ma l’articolo di Miglietta non agita la clava del mercato in modo così grezzo e senza raffinamenti. Essendo egli un economista aziendale ricorda che il tema di fondo è la competenza con cui l’offerta culturale viene gestita. Sia essa di natura pubblica o privata, accanto alla competenza (ovvia) di matrice artistica, coloro che governano le attività culturali (sia nella tutela che nella valorizzazione) devono avere sensibilità in economia di gestione e di organizzazione. Il nodo della discussione pertanto non è sulla governance pubblica o privata, bensì sulla indispensabilità che l’istituzione contenga skill aziendalistiche, che aiutino a diffondere l’esperienza ad un numero massimo di fruitori, mantenendo l’economicità e promuovendo il ruolo educativo nella società.

Sarei molto contento di vedere Pompei funzionare e senza inquinamenti mafiosi o sottoculturali (conformismi e fedeltà al potere), non perché gestito da un privato qualificato, ma da uno Stato che sa far fruttare bene la sua principale ricchezza. Nel paese che si gonfia il petto per avere il più importante patrimonio artistico del pianeta, è così difficile realizzare un interlocutore pubblico credibile e competente?

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