Nomisma: l’export agroalimentare italiano rallenta

agrifood-monitor-nomisma-20160712Con 2 milioni di imprese, 3,8 milioni di addetti, 130 miliardi di euro di valore aggiunto e 47 miliardi di export, la filiera agroindustriale italiana – dai campi agli scaffali considerando anche la meccanica per il Food&Beverage – è un settore chiave per l’economia nazionale, con potenzialità competitive ancora inespresse. La concorrenza estera sempre più agguerrita e organizzata sta però erodendo quote sui mercati globali alle nostre imprese, che scontano la microdimensione e strategie di internazionalizzazione spesso frammentate. L’appeal del made in Italy agroalimentare sulle tavole straniere è ancora intatto ma la crescita dell’export sta rallentando (+1,7% nel primo trimestre 2016) e questo sposta al 2024 il traguardo dei 50 miliardi di euro di vendite oltreconfine.

 

 

Sono solo alcuni dei dati fotografati da Agrifood Monitor (www.agrifoodmonitor.com), la piattaforma informativa realizzata in partnership da Nomisma e Crif con l’obiettivo di offrire alle imprese italiane una bussola completa e aggiornata oltre a benchmark di immediata comprensione a supporto dello sviluppo di efficaci strategie di internazionalizzazione e di marketing. L’approccio è nuovo, perché mette a fattor comune dati di fonti diverse per una lettura sistemica e dinamica delle informazioni in ottica di filiera e perché è aperto a costanti arricchimenti nel tempo sia di contenuti trasversali sia di focus specifici su settori e mercati.

 

 

“Se vogliamo arrivare al traguardo dei 50 miliardi di export agroalimentare entro il 2020 dobbiamo affrettare il passo, investendo maggiormente su mercati a più alto tasso di crescita economica come quelli asiatici: le nostre stime ci dicono infatti che, con lo scenario economico attuale, rischiamo di raggiungere l’obiettivo solo nel 2024 - afferma Andrea Goldstein, managing director di Nomisma. Sebbene nell’ultimo decennio l’incidenza si sia ridotta per le nostre esportazioni, il mercato europeo continua a pesare per il 63% nel caso dei prodotti alimentari, per il 57% per le macchine agricole e per il 35% in riferimento ai macchinari per il Food&Beverage. “Dobbiamo aumentare la nostra presenza nei mercati extra-europei, dove oggi il nostro export alimentare pesa per meno della metà di quello francese o addirittura di un ottavo di quello statunitense - ribadisce Goldstein. Possiamo farcela se riusciamo a combinare la buona reputazione che i nostri prodotti vantano in giro per il mondo con strutture aziendali che promuovano la crescita accelerata”.

“Gli Emirati Arabi sono una porta su tutta l’Asia sud-occidentale che apre grandi prospettive alle imprese italiane, e non solo in vista di Expo 2020. Ma la qualità dei nostri prodotti non basta per affrontare mercati lontani come quelli asiatici, se non si costruiscono rapporti commerciali e finanziari sicuri e in questa direzione strumenti di informazione e analisi diventano un asset strategico” - spiega Marco Preti, Ceo di Cribis D&B,la società del Gruppo Crif specializzata nella business information.

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