Papa Francesco e l’impresa

L’udienza del Papa a settemila imprenditori è stata un fatto storico che merita la riflessione dei docenti di management e l’avvio di un dibattito anche con imprenditori, economisti e studiosi di altre discipline

Del discorso pronunciato da Papa Francesco nell’incontro del 27 Febbraio con gli imprenditori di Confindustria, il Sole 24 ore ha sottolineato l’esortazione che “Al centro ci sia l’uomo” e Carlo Marroni, sullo stesso quotidiano, ha evidenziato la “chiamata a un nuovo umanesimo del lavoro”.

L’invito di Papa Francesco, in effetti, da un lato, induce ad un ripensamento del peso relativo che impresa e persone devono avere nell’ambito delle reciproche relazioni; dall’altro, però risulta quanto meno compatibile con il modo in cui alcune moderne teorie hanno reinterpretato i principi tradizionali della cultura manageriale.

In un certo senso, l’adozione di comportamenti manageriali orientati alla “sostenibilità” è la naturale conseguenza del concetto tradizionale di impresa come “organismo destinato a perdurare”.

L’obiettivo di “mettere l’uomo al centro dell’impresa” può apparire, però, in contrapposizione con il paradigma “impresa - mercati - ambiente”, in cui l’impresa occupa la posizione centrale dei rapporti interattivi con il contesto esterno e analogamente, anche la “redditività del capitale investito nelle imprese”, da molti individuata come punto di riferimento della direzione e gestione delle imprese, può essere specificata come una finalità tipica di molti comportamenti individuali, piuttosto che come un imperativo imposto a questi ultimi.

In effetti, alcune recenti impostazioni sembrano spiegare meglio come (e quanto) i risultati delle gestioni aziendali derivino dalla capacità dei manager di interpretare, anche creativamente ed accettandone i rischi relativi, le attese ed i valori di fondo che orientano il comportamento degli individui. Portando ad un livello più generale le impostazioni che di recente la Service – Dominant – Logic (S-D-L) ha proposto, il valore di tutte le offerte aziendali (siano esse prodotti/servizi, posti di lavoro, occasioni di affermazione imprenditoriale, di remunerazione dei capitali disponibili, ecc.) non si genera nelle attività di realizzazione/produzione di quelle offerte, né negli scambi diretti tra imprese ed acquirenti. Viceversa, il valore si manifesta nell’uso da parte degli utenti, che, impiegando altre risorse proprie di conoscenze, competenze, strumentali, e molte altre, li utilizzano nei loro processi.

I clienti usano prodotti e servizi per ottenere i risultati e benefici non solo operativi, ma anche sociali, psicologici, ecc.; i lavoratori ricercano dai rapporti di lavoro non solo remunerazioni, ma anche benessere psicologico - relazionale e prospettive di vita familiare corrispondenti alle loro attese; le collettività sostengono le attività delle imprese con proprie risorse nella prospettiva di trarne non solo posti di lavoro, ma anche sviluppo sociale, nuova imprenditorialità, ecc. Gli stessi imprenditori, infine, impiegano nelle imprese risorse non solo monetarie, ma anche psicologiche, di relazione, di conoscenza, ecc. nella prospettiva di ricevere non solo remunerazioni monetarie, ma anche nuove conoscenze, relazioni sociali ed emozioni, quale è stata certamente per molti la partecipazione all’udienza del Papa.

Non per nulla gli output aziendali dei più diversi tipi vengono denominati, nel linguaggio aziendale più recente, “proposte di valore” e non semplicemente prodotti/servizi, posti di lavoro, forniture, occasioni di sviluppo socio-economico, e altro.

Questa visione delle relazioni tra persone ed imprese evidenzia come la redditività corrente dei capitali investiti non nasce dal vuoto spinto, ma dipende, più e prima di ogni altra cosa, dalla capacità delle imprese di elaborare value propositions che, per il modo in cui sono concepite, realizzate e rese fruibili per i diversi attori, sono in grado di generare valore d’uso, secondo le rispettive interpretazioni di “valore”. Dunque, seppure con molte diversità ed accentuazioni, già oggi (e non da ora) le teorie manageriali collegano permanenza e redditività delle imprese all’elaborazione di proposte aziendali collegate ai sistemi di valori delle diverse categorie di interlocutori (stakeholder come si suole dire) e non dei soli azionisti.

Ben vengano teorie manageriali che, anche allontanandosi dalle accattivanti formalizzazioni matematiche, evidenzino la pluralità della persona umana ed i legami inscindibili tra successi imprenditoriali e capacità di interpretazione dei caratteri più profondi del comportamento degli individui.

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