Pubblicità occulta vietata sui social per gli influencer

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 273)

Negli ultimi mesi si è fatto ancora più incandescente lo scandalo della pubblicità occulta realizzata, ormai senza alcun ritegno, dai cosiddetti influencer, le celebrità del web che, grazie alle foto postate sui social network, promuovono ogni sorta di prodotto. Come è noto, quasi tutte le grandi aziende stanziano ormai cifre considerevoli per questa attività di marketing che, dal punto di vista dell’Unione Nazionale Consumatori, è legittima a condizione di essere trasparente: insomma, il consumatore ha diritto di sapere se si tratta di pubblicità. Facile a dirsi, but business is business, potrebbe obbiettare qualcuno. Beh, qualcosa sta per cambiare, almeno a giudicare da due colpi clamorosi inferti alla pubblicità camuffata. Da un lato registriamo una nuova presa di posizione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che (dopo i nostri esposti) ha dichiarato che gli obblighi di trasparenza sono vincolanti anche se l’influencer non ha milioni di followers. Insomma, il divieto di pubblicità occulta vale anche per i microinfluencer, cioè persone con poche migliaia di seguaci, ma forse per questo ritenuti più credibili. E non è tutto: il colpo forse più duro per l’influencer marketing rischia di essere la clamorosa notizia (rollingstones.it): Chiara Ferragni e altre web celebrities avrebbero solo il 64% di follower reali! Anche se la divina smentisce, sembra esserci chi l’ha capito: Unilever, per esempio, multinazionale da 62 miliardi di dollari, che nel giugno scorso, durante il festival della pubblicità di Cannes, ha messo al bando gli influencer che falsificano i numeri dei loro profili: consumatori (e investitori) non sono disposti a farsi prendere in giro.

 

 

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