Quando è il retailer a fare crowdsourcing

Dare la possibilità ai consumatori di scegliere i prodotti in assortimento. Per coglierne i bisogni e le necessità (da MARKUP 219)

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Si conferma tra le variabili che maggiormente influenzano le scelte di acquisto il fattore prezzo, in un periodo di ristrettezza economica che ha intaccato pesantemente il portafoglio degli italiani e non solo. L'85% dei consumatori globali dichiara, infatti, che i prezzi crescenti dei prodotti grocery incidono sulle decisioni di spesa e il 52% ritiene che questa componente sia quella che impatta in misura superiore a tutte le altre. Il prezzo è, dunque, un elemento imprescindibile, ma non è l'unico. Sulle decisioni degli acquirenti pesa anche l'assortimento che, se ben calibrato in base al bacino d'utenza, può rappresentare un elemento fondamentale per fidelizzare e creare traffico nel punto di vendita. Nel campo dei prodotti di largo consumo i consumatori ritengono, per esempio, che a influenzarli davanti allo scaffale sia la disponibilità di prodotti che promuovono benefici nutrizionali (25%), la presenza di prodotti biologici (24%), ma anche la disponibilità in assortimento di prodotti proposti in packaging riciclabili (22%) o in confezioni di facile utilizzo (18%) (fonte di tutti i dati Nielsen Global Shopper Trends 2012). Un'offerta ben architettata può far allineare, quindi, le strategie dei retailer con quello che più conta per i consumatori. Ma come si possono cogliere i bisogni e le necessità dei clienti? Tra le tante possibilità se ne registra una interessante che prende spunto dal crowdsourcing, ovvero quel modello di business nel quale un produttore affida la progettazione di un prodotto o di una tecnologia ai propri clienti. Una sorta di co-creazione che mette al centro l'utente proponendogli di ideare secondo le proprie esigenze un prodotto che, se ben valutato dal produttore stesso, potrebbe entrare in produzione ed essere lanciato sul mercato. Sulla scia di questo modello nasce la pratica dei retailer di coinvolgere i consumatori affinché questi ultimi scelgano direttamente l'assortimento. Coadiuvati dalla tecnologia e dai social network, alcuni retailer hanno già avviato alcuni programmi di crowdsourcing. Vediamoli nel dettaglio.

Alcuni esempi
Il retailer svizzero Migros ha lanciato in tre convenience store il progretto L'Albero dei Desideri, ovvero un chiosco con touch screen utilizzabile solo dai clienti con carta di fedeltà con il quale è possibile votare il prodotto che si vorrebbe nel punto di vendita. Sullo schermo appaiono tutti i prodotti trattati globalmente da Migros; quelli non evidenziati sono assenti nell'assortimento dello store. Al raggiungimento di 150 voti, il prodotto entra a pieno titolo sugli scaffali del supermercato. Altro esempio di coinvolgimento dei consumatori proviene dalla Danimarca dove la catena di supermercati SuperBrugsen, al fine di promuovere le produzioni locali, chiede ai clienti di segnalare quali prodotti vorrebbero trovare sui lineari. Per mezzo del sito web, compilando un form, i consumatori possono inviare le loro segnalazioni. In questo modo il retailer si prefigge l'obiettivo di introdurre fino a 500 item in assortimento nei suoi 250 store presenti sul territorio nazionale. Anche Walmart non poteva sottrarsi e così attraverso WalmartLabs (il laboratorio d'innovazione in cui sperimenta l'integrazione dello scaffale con gli strumenti digitali e mobile) ha dato vita a Getontheshelf.com con il quale permette a piccoli produttori di presentare i loro prodotti che, tramite votazione dei clienti, possono essere inseriti in assortimento se tra i più votati. Inoltre è ancora in fase di pianificazione un servizio di consegna a domicilio degli ordini online eseguito direttamente dai clienti. Attraverso un'iscrizione, i clienti stessi potranno portare la spesa direttamente a coloro che abitano nella stessa zona o via.

Allegati

219_Crowdsourcing_retail

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