Reperire fondi, creare nuove aziende nell’era della crisi

Finanziamenti – Nel contesto attuale, le Pmi innovative e le startup sono l’unica possibilità per fare impresa. Lo scoglio è la complessità dello scenario


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Il tema della de-industrializzazione e della caduta del Pil in Italia ha alimentato negli ultimi 15 anni fiumi di parole, ma mai ha generato una vera azione sistemica per fronteggiare il fenomeno. Tra le varie cause una: non si è riusciti a trovare una strada da seguire. Nel nostro Paese la dimensione culturale legata all'impresa è in sofferenza: il know how tecnologico e produttivo è ancora molto elevato (i.e. “le cose si sanno ancora fare e bene”) ma la capacità di trarne un soggetto in grado di competere globalmente (l'impresa) è un altro film. In estrema sintesi non vi sono oggi le condizioni affinché in Italia possa nascere ex-novo una grande impresa in grado di agire massivamente sull'occupazione del territorio di pertinenza. Alla luce di ciò sono due gli obiettivi che ragionevolmente ci si può prefissare. Primo: creare l'ecosistema adatto affinché i soggetti industriali superstiti di dimensione significativa permangano (magari attirando qualche investimento straniero) e crescano; secondo: creare le condizioni affinché possano nascere molteplici Pmi innovative che possano veicolare una trasformazione industriale multidisciplinare, integrata con i servizi e connessa in reti d'impresa complesse.

Tre tipi di finanziamento (non mutamente esclusivi) quali credito bancario, private equity e fondi pubblici sono le risorse finanziarie disponibili per le nuove imprese. La questione del credito bancario è più complessa di quanto appare. Da un lato lo Stato non paga le imprese fornitrici e, secondo alcune stime, ha accumulato ad oggi 100 miliardi di debito. Dall'altro diverse imprese tentano di ricorrere al credito per coprire una redditività negativa dovuta ai mancati pagamenti o alla mancanza di competitività, spostando, di fatto, solo in là nel tempo la data del fallimento. L'azione congiunta di questi due fattori ha contribuito a prosciugare il circolante. Secondo l'ultimo bollettino dell'Abi, le sofferenze lorde bancarie hanno complessivamente sfondato quota 166 miliardi di euro con un incremento del 3,6% (aprile 2014 su 2013) relativamente alle imprese.
Sul versante del private equity a cui appartengono i venture capital occorre dire che in Italia la situazione è poco sviluppata. Occorre effettuare una valutazione complessiva del lavoro del venture: una volta investito e ottenuto successo dall'azienda supportata come capitalizzare moltiplicando l'investimento? È una questione che spesso il neo imprenditore non vede, ma occorre ricordare che il settore del private equity è un comparto finanziario e su questo si misura. I dati dello scenario nazionale sono raccolti e analizzati dall'Aifi (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital) e mostrano che nel 2013 l'azione di found rising (raccolta fondi) da parte dei soggetti investitori non ha dato segni di ripresa (al netto dell'intervento del Fondo Strategico Italiano); i disivenstimenti hanno concretizzato alcune quotazioni e cessioni a gruppi industriali e nulla più. Stiamo parlando di aziende a elevato contenuto tecnologico che possono sperare di operare in settori ad elevata crescita. Tra questi non vi è sicuramente il retail, settore maturo a bassa marginalità, a meno che non comprenda metodologie innovative basate sull'It o processi a elevata integrazione. Andando a spulciare i portafogli dei più importati venture capital che operano in Italia si scopre che il settore agroalimentare e retail è poco presente non solo per scarso interesse del mercato ma anche per insufficienza nella progettualità.

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