Stefano Boeri: gentrificare con rispetto delle diversità

Intervista – I processi di trasformazione vanno assecondati o condizionati, con grande attenzione alle caratteristiche storiche e sociali di un luogo


Per l'articolo completo scaricare il Pdf

Non ha certo bisogno di molte presentazioni Stefano Boeri, nato a Milano -nel 1956, architetto noto e apprezzato in Italia e nel mondo. Figlio d'arte per parte di madre (architetto), con un padre forse anche più famoso (il neurologo Renato Boeri, direttore per molti anni dell'Istituto Besta di Milano), due fratelli anch'essi affermati (Tito, economista, e Sandro, giornalista), il curriculum di Stefano Boeri è fittissimo. Ci limitamo a tre delle sue collaborazioni più recenti e importanti: il Bosco Verticale, nel quartiere Isola a Milano, costituito da due grattacieli di 100 e 80 metri d'altezza sulle cui facciate si svilupperà una vegetazione di oltre 11.000 alberi; il masterplan del quartier generale di Rcs Mediagroup, e quello originario di Expo 2015. Il leit motiv dell'intervista che ci ha concesso è la “gentrification”, un fenomeno che interessa vie e quartieri delle città di tutto il mondo, con forti, e non di rado controverse, implicazioni sociali. Iniziamo proprio dal concetto di gentrification.

Lei come definirebbe la “gentrification”?

Il fenomeno della “gentrification” è noto da molto tempo, si studia fra l'altro nella storia delle variazioni dello stock edilizio. A questo proposito mi viene in mente un testo di Bernardo Secchi, inizi anni Ottanta, sugli scostamenti tra patrimonio abitativo e ceti sociali secondo le modalità opposte del “filtering up” e del “filtering down”: a stock invariato dello stato edilizio si creano situazioni di cambiamento nella condizione sociale degli abitanti e dei residenti e il patrimonio immobiliare funziona come filtro di tale evoluzione nei mutamenti demografici e di ceto, riadattandosi per accogliere nuovi assetti, sia in senso fisico e strutturale (riqualificazioni) sia sotto il profilo economico (per esempio, aumento o diminuzione dei valori immobiliari) con oscillazioni che fanno parte della storia naturale o fisiologica di una grande città. Nell'accezione più strettamente sociologica, la “gentrificazione” si concreta nell'allontanamento di ceti meno abbienti, in seguito alla modificazione dell'uso dello spazio, come conseguenza di progetti innovativi di servizio o residenza, oppure in seguito a processi più molecolari o spontanei, come l'arrivo di nuove fasce sociali: per esempio il mondo legato agli ambienti della creatività attratti da nuovi poli di servizio. Anche lo sviluppo di grandi centri direzionali, richiamando l'interesse delle multinazionali, può creare i presupposti per una rivitalizzazione degli spazi abitativi privati e di fruizione pubblica. Quello che succede in pratica è che l'arrivo di nuove famiglie incentiva l'aumento dei prezzi, questo incremento si ripercuote sugli affitti e la popolazione precedente è costretta a spostarsi in altre aree più convenienti: è un fenomeno che va guidato e controllato, per quanto sia difficile da regolare in modo deterministico perché, come ho detto, è insito nell'evoluzione spontanea della vita urbana. Questo non implica che debba essere accettato a priori.

La “gentrification” è un processo che migliora e rilancia i quartieri, soprattutto quelli abbandonati o problematici?

No, non necessariamente: la gentrificazione è un processo sociale e come tale può essere buona o cattiva. In alcuni casi, ha inaridito la storia e l'essenza dei quartieri, in altri, genera fattori di recupero e crescita positivi. L'ideale sarebbe agire affinché questi processi non cancellino mai le situazioni preesistenti, e il nuovo conviva sinergicamente con la tradizione. Come è auspicabile, per fare un esempio che conosco bene, nel caso del quartiere Isola a Milano: si spera che il grande progetto di riqualificazione che interessa le aree ex-Varesine e Garibaldi, contigue all'Isola, non alteri il tessuto tradizionale del quartiere, modificando la sua natura originaria di zona caratteristica, popolare, con mix di spazi produttivi, laboratori, e attività artigianali. Mi pare che il Pgt di Milano sia orientato a questo.

Allegati

230_Intervista_Boeri

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here