Sviluppo economico: le imprese contano?

Per superare la crisi strutturale in cui si trova l'economia italiana è necessario, innanzitutto, assicurare condizioni di competitività internazionale al sistema delle imprese, piuttosto che pensare alla conservazione precaria dell'esistente.

Per gli studiosi di economia delle imprese e di management è sconfortante assistere ad un dibattito sulla stagnazione dell'economia italiana, dove si trascura il ruolo delle imprese nel far uscire effettivamente il paese dalla crisi, con un percorso di crescita legato al progresso dell'economia reale. Il predominio del pensiero macroeconomico è tale per cui, anche se si riconosce che la sola politica del rigore sta sacrificando pesantemente le prospettive di ripresa, non riesce ad emergere e farsi strada un autorevole pensiero microeconomico.
A sostegno di una politica della crescita non si può imputare soltanto ai nostri policy maker di non essere capaci di mettere in atto una politica industriale e dell'innovazione all'altezza delle esigenze e dei tempi. Sono anche gli studiosi di economia industriale e delle imprese ad essere chiamati in causa per la loro assenza nel dibattito sui problemi dell'economia reale in Italia e sui fattori che ne condizionano la competitività. Le politiche di remanufacturing messe in atto negli Stati Uniti stanno a dimostrare, che, in presenza degli incentivi opportuni, anche in un'economia matura c'è ampio spazio per il manifatturiero e per rinvigorire la sua attitudine a progredire all'interno e sui mercati internazionali.
In Italia invece che pensare al futuro dell'industria, spingendo sul fronte dell'innovazione e dell'internazionalizzazione, i policy maker pensano alla conservazione precaria dell'esistente. La conseguenza è che il pubblico anziché intervenire per rimediare a "fallimenti del mercato", nel sostenere la ricerca scientifica e l'innovazione, è impegnato a tamponare "fallimenti imprenditoriali", facendo prevalere una miope ottica assistenzialistica con interventi di breve respiro. Il "Ministero dello Sviluppo Economico" si è così di fatto trasformato in un "Ministero delle crisi aziendali", distorcendo completamente il proprio ruolo istituzionale.
La grande crisi strutturale in cui si trova l'economia italiana è innanzitutto e soprattutto una crisi culturale e politica. Di fatto, non si è in grado di capire o non si vuole ammettere che senza assicurare prosperità di sviluppo e condizioni di competitività internazionale al sistema delle imprese è illusorio pensare che si possa sanare il grave deficit di crescita dell'economia e dell'occupazione che sta condizionando la vita del paese e il suo futuro.

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