Usa e Canada: presenti sì, ma non abbastanza

Modifica dei disciplinari di Dop e Igp, accordi con i distributori fisici e eCommerce, le strategie italiane per rispondere alla domanda di made in Italy illustrate a Agrifood Monitor 2017

Cresce l’export dell’agroalimentare italiano verso Usa e Canada con potenzialità di mercato ancora da sfruttare. A dirlo è lo studio di Nomisma e Crif, presentato al forum Agrifood Monitor 2017. Meno univoche sono invece le ricette per espandere la presenza del made in Italy nei due Paesi, sempre che, per l’America, non intervenga un twit di Trump a scombinare le carte.

 

 

Partiamo dai dati: dal 2006 al 2016 le esportazioni del made in Italy agroalimentare negli Stati Uniti e in Canada sono aumentate rispettivamente del 69 e del 75 per cento, con una tendenza positiva confermata anche nel primo semestre dell’anno in corso, in cui si registrano su base annua un +6% verso gli Usa e un +5% verso il Canada. In valori assoluti i numero fanno meno impressione: i flussi commerciali verso gli Usa a fine dello scorso anno ammontavano a 3,8 miliardi di euro, il 10% dell’export italiano del settore, e a 766 milioni di euro quelli verso il Canada, il 2% del commercio estero dell’agroalimentare italiano.

Dal 2006 al 2016
le esportazioni del made in Italy agroalimentare negli Stati Uniti
e in Canada sono aumentate rispettivamente del 69 e del 75
per cento

Andrea Goldstein, chief economist di Nomisma, ha rilevato però che la penetrazione del food & beverage italiano è concentrata solo in alcune aree: soprattutto in California e nello stato di New York negli Stati Uniti, dove è molto poco diffusa nel Mid-West e nelle altre zone centrali del Paese, e nel Quebec e Ontario in Canada. Un dato che, in particolare per gli Usa, potrebbe aprire scenari interessanti di espansione.

Va inoltre aggiunto che nemmeno la quota di mercato è rilevante: su un totale di 130 miliardi di euro di importazioni agroalimentari da parte degli Stati Uniti, dall’Italia proviene solo il 2,9% e sui 32 miliardi del Canada il nostro Paese pesa per il 2,3%.

L’identikit dell’authentic user del f&b made in Italy tracciato da Denis Pantini, responsabile dell’area agroalimentare di Nomisma, è rappresentato, nel caso degli Usa, da un consumatore dal reddito familiare alto, di età compresa tra 36 e 51 anni, istruito, che segue corsi e programmi TV di cucina. Per quanto riguarda il Canada si connota per un reddito alto, sale l’età (tra 52 e 65 anni) e, oltre a seguire trasmissioni di cucina, utilizza internet per informarsi sui prodotti alimentari.

La penetrazione del food & beverage italiano è concentrata soltanto
in alcune aree:
soprattutto
in California
e nello stato
di New York

Le strategie. Per incrementare la presenza dell’agrifood made in Italy nei due mercati la politica italiana, per mano dell’Ice, sta lavorando sia sull’aspetto distributivo che del posizionamento: “Abbiamo stipulato accordi con alcuni player - afferma Michele Scannavini, presidente Ice Agenzia – che hanno determinato quasi 100 milioni di euro di acquisti aggiuntivi con 10 milioni di investimento pubblico. Abbiamo appena sviluppato, e l’anno prossimo investiremo in maniera rilevante, campagne di comunicazione sugli aspetti qualitativi dell’alimentare italiano per spostare il gap competitivo dell’Italia, troppo focalizzato sul prezzo, verso la qualità. I nostri prodotti hanno un’elevata reputazione, ma sono anche scelti per il prezzo più basso rispetto ai competitors (es. Francia), ma non possiamo pensare di giocare la nostra competitività sul prezzo con l’offerta locale o dell’italian sounding. Per parlare ai millennials, sul fronte dell’e-commerce abbiamo fatto un accordo con EGP, un distributore del Texas che ha realizzato un portale con 300 referenze italiane”.

Le esigenze organizzative dell’export si scontrano sempre più spesso con i disciplinari delle Dop e Igp che impongono per esempio la realizzazione all’interno dell’area geografica di pertinenza anche della preparazione di formati ready-to-eat come pre affettati o grattugiati, un aspetto per il quale Paolo De Castro (Parlamento europeo) ipotizza l’opportunità di iniziare a discutere di modifiche. Si dichiara subito contrario a una modifica del disciplinare Paolo Tramelli, responsabile marketing Consorzio di tutela Prosciutto di Parma, per il quale consentire di affettare le cosce di prosciutto all’estero annullerebbe gli investimenti effettuati dalle aziende per offrire il prodotto in vaschetta e sposterebbe il plusvalore del pre affettato fuori dall’Italia. Granarolo scansa il problema esportando, insieme alle Dop e Igp dei suoi soci produttori, il saper fare italiano con delocalizzazioni produttive o di parte della lavorazione, ma il presidente Gianpiero Calzolari non commenta le voci su una prossima acquisizione negli Stati Uniti.

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