Vino in Cina: Francia o Italia? Ecco l’Australia

Storico sorpasso dei vini australi su quelli transalpini. Ma anche l’Italia perde mercato e deve rivedere le proprie strategie competitive

L’Australia bagna il naso alla Francia. È una scoppola per la grandeur francese il dato (Nomisma Wine Monitor su fonte doganale) che ha registrato lo storico sorpasso del Paese Down under sui Transalpini per il vino importato in Cina. Nei primi cinque mesi del 2019 l’import di vino australiano supera i 306 milioni di euro contro i 271 di quello francese.

Basta status symbol: la Cina cerca il giusto prezzo e guarda ad Australia e Cile. Resiste solo lo champagne

Il calo a valore del vino francese in Cina nel 2019 è stato il più pesante. Un tonfo del 31,5%. Non che altri Paesi europei abbiamo fatto meglio, ma è più contenuto. Per l’Italia è stato del 12,5%; per la Spagna del 16,9%. La Francia si salva con gli champagne, che crescono del 24%, ma rappresentano solo il 5% dei vini esportati. La roccaforte del simbolo del lusso da tre secoli è inespugnabile. Ma è un fatto che in dieci anni la quota francese di mercato in Cina è scesa da oltre il 43% a sotto il 30%.

I cinesi ormai ragionano sul prezzo e il nome Francia non è più status symbol per tutto. Australia e Cile hanno così partita più facile. In Cina i vini australiani sono cresciuti del 4,8%; quelli cileni addirittura del doppio, l’8,4%. Hanno istituti centralizzati e si muovono sul doppio binario della promozione istituzionale (come la potente Wine Australia, l’associazione che cura la promozione) e della stipula di accordi di libero scambio dall’altro. Un gap che colpisce anche l’Italia, costretta a pagare un dazio medio del 14%. Senza contare i costi di burocrazia e logistica.

Il brand Australia, sinonimo di sicurezza alimentare

In dieci anni la quota export in Cina dei vini australiani fermi è passata dal 4% al 40%. Un balzo impressionante. I numeri brillanti dell’Australia non sono un fuoco di paglia. Ma il frutto di una strategia. Nel Paese del Dragone l’Australia vuole andare a occupare spazi crescenti in più ambiti, dal food al beverage, ai prodotti per la cura del corpo, sotto il segno dell’affidabilità e sicurezza. Per la Francia che finora ha vissuto di rendita, grazie alla tradizione, è una dura lotta. Sicurezza, convenienza, e tracciabilità sono i nuovi driver. Si diceva che per il cinese il vino è francese, la carne australiana o sudamericana, il cioccolato svizzero, la pasta italiana e la pizza americana. Altri tempi.

Quale partita da giocare per l’Italia?

Che bastasse organizzare un Wine Day su Alibaba per lanciare il vino italiano in Cina era naturalmente un’utopia. Altro si dovrà fare per far lievitare la quota all’import che in un decennio è cresciuta solo di un punto percentuale (è sotto il 7%). E il delta negativo del -15% sui vini fermi in cinque mesi è più di un segnale d’allarme. Che è solo mitigato dal dato positivo sugli spumanti, in crescita del 5%, grazie al trend mondiale che premia le bollicine (il merito va equamente diviso tra il clima sempre più caldo e il boom dei consumi outdoor delle nuove generazioni). Certamente l’Australia rimane un modello da studiare. “In realtà ci sono opportunità che potrebbero aprirsi per l’Italia a seguito di questo nuovo corso nei consumi – fa però notare Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor –. Ma occorra prima superare il gap di non conoscenza che contraddistingue i nostri vini presso i cinesi. E non solo scarsa conoscenza, ma anche scarsa comprensione di cosa sono le denominazioni, i territori, i vitigni autoctoni”.

Altri sbocchi di mercato

Fortunatamente l’import di vini dall’Italia nei primi cinque mesi del 2019 è cresciuto a valore nei mercati maturi. A cominciare dal +10% in Giappone, dove l’accordo Jefta di libero scambio siglato con l’Ue dovrebbe dare un’ulteriore spinta. E poi il +2% in Usa, Svizzera e Norvegia e il +1% in Canada. Bene anche (dati primo quadrimestre 2019) in Francia (+4%), Regno Unito (+2%) e anche Russia (+9%). Male invece in Germania dove stiamo perdendo un mercato storico importante (-2%). Segnali incoraggianti sui nuovi mercati arrivano da Corea del Sud (+18%) e Brasile (+4%), anche se il peso di questi mercati è ancora marginale sul nostro export complessivo (meno dell’1%).

Il crollo degli Usa

Gli accordi commerciali di libero scambio sono puntualmente criticati da più parti. Ma alla fine i conti tornano. Il protezionismo si rivela sempre un’arma a doppio taglio. Peggio della Francia in Cina hanno fatto gli Usa. La guerra sui dazi voluta da Trump ha fatto crollare le vendite dei vini californiani della Napa Valley del 54%. La quota all’import di vino in Cina è così precipitata all’1,6% dal 7,6% dello stesso periodo di dieci anni fa.

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