C'è un modo di costruire una carriera che non passa necessariamente dal cambiamento continuo, ma dalla capacità di restare e trasformarsi. Samantha Rovatti è una di queste storie: entrata giovanissima in Nielsen, oggi NielsenIQ, ha attraversato l’evoluzione del largo consumo italiano senza mai smettere di cambiare pelle. Un percorso costruito nel tempo, fatto di relazioni, responsabilità e di una competenza che si è via via trasformata: da operativa a interprete, fino a diventare un punto di riferimento capace di dare direzione. Oggi, guida Linkontro, uno degli appuntamenti più importanti per industria e distribuzione, un osservatorio privilegiato per leggere un settore che spesso sembra stabile, ma che in realtà continua a muoversi sotto traccia.
Partiamo da te: hai iniziato giovanissima in Nielsen, c’è stato un momento in cui hai capito che non stavi più solo imparando, ma che ti stavi costruendo uno spazio tuo?
All’inizio ero molto concentrata sull’imparare, sul capire le dinamiche e sul non lasciare mai nulla di incompiuto... cercavo di fare tutto, di cogliere ogni occasione. Il passaggio è arrivato quando ho smesso di vivere ogni esperienza come un tassello isolato e ho iniziato a vedere un disegno più ampio; ho capito che mi stavo costruendo uno spazio quando le persone hanno iniziato a cercarmi non solo per quello che sapevo fare, ma per la capacità di dare un senso e una continuità ai progetti. In quel momento, mi sono sentita meno ospite e ho iniziato a prendermi responsabilità, anche quando erano rischiose. È lì che ho capito che non stavo solo crescendo dentro un’organizzazione, ma che stavo iniziando a dare forma alle cose.
Oggi, si parla spesso di crescita professionale come cambiamento continuo. La tua storia racconta un’altra possibilità ...
Sì, la mia è una storia lunga nella stessa azienda e ne sono grata, perché mi ha permesso di vedere le cose in profondità. Ho potuto comprendere davvero il settore, non restare alla superficie, costruire relazioni lunghe e solide, ma questo ha richiesto uno sforzo continuo: rimanere nella stessa azienda non significa restare uguali. Mi ha costretto a cambiare pelle molte volte, a non dare mai nulla per scontato, a rimettermi in discussione. In un certo senso è più difficile che cambiare azienda, perché devi trovare continuamente nuove motivazioni e nuovi spazi all’interno dello stesso contesto.
Quali sono stati i passaggi chiave del tuo percorso?
Sono entrata molto giovane, quasi per caso. Il mio primo vero lavoro è stato in Nielsen, dopo qualche esperienza minore. Ho iniziato nel client service, poi mi sono avvicinata alla comunicazione, che all’epoca significava soprattutto lavorare a stretto contatto con l’amministratore delegato. Il marketing, come lo intendiamo oggi, non esisteva ancora. Mi sono innamorata di quel mondo: gli eventi, le relazioni, la costruzione dei contenuti. Da lì, ho costruito il mio percorso, anche a livello internazionale, ho lavorato su diversi mercati, dall’Australia al Canada e oggi faccio parte del team globale degli eventi. È un lavoro che mi appassiona ancora molto, e questo è un vantaggio ma anche una responsabilità, perché quando ti piace quello che fai tendi a dare sempre molto, forse anche troppo.
Il tuo percorso si intreccia con quello de Linkontro: che cosa racconta oggi questo evento del largo consumo italiano?
Linkontro racconta molto più di quanto dicano i numeri. I numeri fotografano una realtà, ma non la interpretano. A Linkontro si percepisce il clima del settore, si colgono le intenzioni, ma anche le tensioni. Affiorano dubbi, direzioni ancora non esplicite, segnali che non sono ancora visibili nei bilanci. Più che manifestarsi, il settore lì si svela. E non succede solo durante il convegno: succede nei quattro giorni in cui si condividono momenti, conversazioni, relazioni. È diventata una comunità che vive tutto l’anno, non solo un evento.
Dal tuo osservatorio, qual è stato il cambiamento più profondo nel rapporto tra IDM e distribuzione?
Il modo in cui si parlano. Non siamo in una fase di armonia perfetta, ma il confronto è diventato più frequente, più strutturato e più basato sui numeri. In alcuni casi, anche più trasparente. Non si arriva sempre alle stesse conclusioni, ma c’è una maggiore disponibilità a portare sul tavolo problemi reali; questo porta a un confronto più maturo, che è poi l’unica base possibile per costruire decisioni sostenibili nel tempo.
Negli ultimi anni il settore ha attraversato fasi molto intense. Qual è la lezione più importante?
Che il consumatore non è mai passivo. Anche nei momenti più difficili, dalle crisi più recenti fino all’inflazione, abbiamo visto famiglie più attente, più selettive, meno disponibili a pagare per ciò che non percepiscono come rilevante. Questo ha costretto il settore a fare un salto: non basta più raccontare il valore, bisogna costruirlo davvero. E farlo in modo coerente. È questa la base di una crescita sostenibile.
Si parla molto di innovazione: qual è quella che lascia davvero il segno?
L’innovazione che dura è quella che semplifica la vita. Può riguardare il consumatore, il punto di vendita o il sistema nel suo complesso. Spesso non è un’innovazione di prodotto, ma di processo o di relazione. Quella che resta è quella che entra nei comportamenti quotidiani; quella che dura il tempo di un convegno è solo un bel racconto.
NielsenIQ vive di dati: quanto conta oggi la capacità di interpretarli?
Conta tutto. I dati sono imprescindibili, ma oggi il problema è anche l’eccesso di dati. Il rischio è restare in superficie. La differenza la fa la capacità di leggerli, di collegarli al contesto, di trasformarli in visione. Non basta sapere cosa succede, bisogna capire perché succede e cosa implica. È lì che si crea valore.
Industria e distribuzione: chi legge meglio il consumatore oggi?
Hanno letture diverse, ma complementari. La distribuzione intercetta il consumatore nel punto di vendita, nei bisogni locali e immediati. L’industria ha una visione più ampia, più prospettica, legata alle tendenze e alle occasioni di consumo. La differenza la fa la capacità di mettere insieme queste due visioni ed è lì che si costruiscono le scelte più efficaci.
Nel tuo percorso hai mai avuto la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più?
Sì, soprattutto all’inizio. Ero molto concentrata sull’essere perfetta, era qualcosa di implicito, legato anche a modelli di leadership che non lasciavano molto spazio a stili diversi. Poi ho capito che non si tratta solo di dimostrare, ma di prendersi responsabilità. Ed è questo che fa davvero la differenza, non è una questione di genere, è una questione di posizione.
Se potessi parlare alla Samantha degli inizi, cosa le diresti: più coraggio o più pazienza?
Le direi di avere più coraggio. La pazienza non mi è mai mancata, forse ne ho avuta anche troppa. Ho sempre rispettato i tempi, aspettato il momento giusto, cercato di arrivare preparata ad ogni passaggio. Col senno di poi, però, le direi di fidarsi un po’ di più di sé stessa e delle proprie capacità, di non aspettare sempre una legittimazione esterna per sentirsi pronta. Le direi anche che non serve essere perfette per prendersi una responsabilità: a volte bisogna semplicemente decidere di esserci. Però le direi anche di non cambiare quella parte di sé che ha tenuto insieme tutto il percorso, cioè uno stile basato sulla gentilezza, sull’ascolto e sul riconoscimento del valore delle persone. Perché alla fine è quello che mi ha permesso di costruire relazioni vere e di lavorare bene con i team nel tempo. E forse le direi anche di godersi di più alcuni passaggi, perché quando sei molto concentrata sul fare bene rischi di non vedere subito quanto stai crescendo.
A Linkontro il largo consumo non si limita a manifestarsi: si svela, perché lì emergono tensioni, visioni e direzioni che anticipano numeri e trend
Da Mark Up n. 349-2026





