Il cibo e la fame di nuove narrazioni

di Alessandro Battaglia Parodi

Lo storytelling, soprattutto in ambito alimentare, è sempre stato un’ottima leva per connotare il made in Italy e diffonderlo nel mondo. Il cibo sfrutta infatti con grande maestria tutte le “narrazioni” di un territorio, e lo fa in maniera spesso molto coinvolgente, creando legami con la storia, l’ambiente, l’arte, la cultura e a volte anche con l’economia. Una ricetta che ha sempre funzionato, ma che forse oggi ha bisogno di rinnovarsi un po’ per continuare a essere “appetibile”.

Morace, la narrazione del cibo necessita oggi di qualche puntello in più rispetto al passato?
Intanto condivido la perplessità su come queste narrazioni siano ancora esclusivamente legate solo ai territori e alle tradizioni. Credo che occorra lanciare una sfida per dimostrare invece che tradizione e innovazione possono convivere e rafforzarsi l’un l’altro. Non parlo solo dei contenuti ma anche dei linguaggi utilizzati in queste narrazioni, del ritmo e della capacità di richiamare, per esempio, audience più giovani, o di coinvolgere interlocutori che abbiano anche altri stili di pensiero. C’è un grosso problema legato alla capacità di osservare la contemporaneità e adattare tutti i nostri valori ben radicati con la vita di tutti i giorni, che è ormai cambiata. Mi sembra che noi italiani siamo un po’ il caso tipico di chi ha tanti talenti e cose da raccontare ma che non ha saputo aggiornarsi poi sul profilo della narrazione.

Possiamo aggiungere che c’è anche un bel po’ di provincialismo nel marketing italiano?
Assolutamente sì, ed è un provincialismo che soffre troppo di esterofilia o di campanilismo. A volte si vuole difendere a oltranza la nostra specificità, ma non si riesce a capire che tra esterofilia e campanilismo c’è una via di mezzo che è quella che noi dovremmo seguire, aggiornando la nostra cultura e le nostre peculiarità in modo unico e diverso rispetto a quanto fanno gli altri.

Per essere presenti all’estero in modo competitivo è davvero importante l’aspetto dimensionale di un’azienda?
Ho assistito troppe volte al pronunciamento di una sentenza di sventura per il nanismo delle aziende italiane, troppo piccole per sopravvivere ai marosi dei mercati. Sono stati fatti dei disastri con queste concezioni erronee, mentre credo che le nostre aziende piccole o medie possano crescere in modo equilibrato e sano seguendo le loro reali possibilità e il loro codice genetico. È possibile farlo internazionalizzandosi, ma credo che la misura ideale sia quella media e di qualità, che va a posizionarsi sui mercati avanzati. Non necessariamente quelli del lusso ma piuttosto rivolti a quel vastissimo bacino di milioni di consumatori che desiderano prodotti italiani accessibili e non solo per pochi. Questa è la strada più sensata e possibile e le imprese italiane hanno le carte in regola per poterlo fare.

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