Chiudono i negozi, ma non è desertificazione

URBANISTICA REAL ESTATE & CCI – Secondo l'osservatorio nazionale del commercio nel 1° semestre 2012 chiusi 5.000 pdv contro 2.700 nel '09 (da MARKUP 213)

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I n questi mesi escono sulla stampa notizie drammatiche in merito alla chiusura dei negozi, ma si basano troppo spesso su dati che fotografano in modo molto parziale la realtà. Proviamo allora a ripartire dai numeri, provenienti da due diverse fonti, le uniche disponibili per tutti: l'Osservatorio nazionale del commercio (Onc) che stima lo stock di esercizi al dettaglio (qui considereremo solo quelli in sede fissa) in essere a fine e a metà anno; Movimprese monitora invece le imprese attive nel commercio al dettaglio, offrendo dati a cadenza trimestrale in base alle iscrizioni e cancellazioni negli e dagli archivi delle Camere di commercio, quindi dati di flusso. Per le nuove iscrizioni il dato è univoco, ma per le cessazioni deriva dalla somma di due componenti: le imprese che si cancellano e quelle che vengono eliminate perché ritenute non più attive.
Quest'ultimo dato (cessazioni d'ufficio) deriva da valutazioni di chi amministra il database e riguarda imprese inattive da tempo, che quindi non è ragionevole considerare (lo consiglia Movimprese) per valutare quanto sta accadendo in risposta all'andamento dell'economia.
Nel periodo compreso tra 2007, anno che precede la prima fase della crisi in corso, e fine giugno 2012, il quadro che emerge è riassunto nel grafico che riporta le differenze tra stock di punti di vendita a fine periodo (Onc) e saldo iscrizioni/cancellazioni (Movimprese).

Diversità dei saldi secondo le due fonti
Qualche cosa evidentemente non torna. Se le due curve seguono un andamento simile, i valori dei saldi sono radicalmente diversi. Per l'Onc, tra fine 2006 e 1° semestre 2012 il saldo è negativo per 6.000 punti di vendita, per Movimprese è pari a -67.000 imprese: 10 volte tanto (e i punti di vendita sono più numerosi delle imprese: succursalismo). Visto che l'Onc dava uno stock di 777.000 punti di vendita a inizio periodo, quanti ne sono stati chiusi sino ad oggi: l'1% o il 10%?
Manca lo spazio per entrare in merito alle modalità con le quali sono costruiti i dati delle due fonti, ma qualche cosa si può dire. Innanzitutto non parliamo di desertificazione.

Stock italiano doppio rispetto a Francia e UK
Anche se dovessimo credere a Movimprese (che a fine periodo dà uno stock di imprese al dettaglio di 814.000 unità) la rete italiana rimarrebbe del 50% più numerosa di quella francese e più che doppia di quella inglese. Rimane vero che la dinamica dei consumi sta avendo effetti molto pesanti sulla distribuzione.
Facendo riferimento all'Osservatorio nazionale del commercio (Onc), nel 1° semestre 2012 sono stati chiusi 5.000 punti di vendita, contro i 2.700 del 2009, l'anno in assoluto peggiore per l'economia italiana: oltre all'intensità, conta il perdurare della crisi, che mette a dura prova la resistenza degli operatori. Va inoltre tenuto conto che in un periodo di crisi tutti i fattori produttivi tendono ad essere sottoutilizzati: lavoro, capitale e anche punti di vendita.
Molti degli esercizi commerciali oggi chiusi riapriranno. A uscire dal mercato saranno purtroppo soprattutto le piccole imprese indipendenti che non sono riuscite a trasformarsi, sostituite in alcuni casi da operatori con attese di reddito più basse (molti di loro extracomunitari) e in altri casi dalle catene che si stanno diffondendo, in particolare nel non alimentare.

Aumenta il ritmo delle chiusure
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Allegati

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