Comparto carne: competitivi se innovativi

C’è un inatteso recupero delle vendite di carne. Ma il dato premia solo chi è in grado di interpretare tutte le sfumature di un mercato alquanto eterogeneo (da Mark Up n. 273)

Le analisi Ismea-Nielsen relative al 2017 mostrano un inaspettato recupero delle vendite di carne (+3% a valore, a fronte del calo del 4% osservato nel 2016). Il dato è sostanzialmente in linea con il trend complessivo dell’agroalimentare, che però nel 2016 aveva registrato una flessione del solo 0,6%. La crescita ha riguardato le tre principali tipologie merceologiche (bovine, suine, avicole), mentre si sono fortemente contratte le vendite di prodotti cunicoli ed ovicaprini. Nel primo trimestre 2018 le dinamiche rialziste si accentuano ulteriormente.

In particolare, la domanda interna di carni bovine fresche evidenzia nell’anno passato una ripresa interessante, +3,4% a valore e +1,7% a volume, seguita da un ulteriore aumento del 5,5% e del 2,5% nel periodo gennaio-marzo 2018; cifre da cui si desume un’espansione delle quantità commercializzate non sospinta da politiche di pricing aggressive, dato l’innegabile progresso del prezzo medio-mix.

Le carni suine segnano nel 2017 un rialzo, in termini monetari, del 2,9% rispetto al 2016, confermato anche nel primo trimestre 2018 (+5,2%). Analogamente a quanto rilevabile per il segmento delle bovine, è importante sottolineare come tale evoluzione non derivi da promozioni estreme, dal momento che si osserva, oltre all’aumento delle quantità acquistate (+1,4% e +0,6% negli archi temporali considerati), anche un maggior prezzo unitario.

Lasciandosi alle spalle un 2016 in forte riduzione (-3,4%), i prodotti avicoli esprimono nell’ultimo anno un andamento particolarmente positivo a valore, +3,2%, a cui si contrappone, però, una sostanziale stabilità a volume (+0,1%); numeri che migliorano significativamente nei tre mesi iniziali del 2018, caratterizzati da incrementi economici e quantitativi nell’ordine del 5,7% e dell’1,0%.

All’interno della categoria carne, gli elaborati a peso imposto, unico segmento in aumento già negli anni passati, si confermano in salute e capaci di interpretare gli stili di consumo moderni. Non a caso, il trend di sviluppo del giro d’affari supera la doppia cifra, mentre gli investimenti in brand loyalty garantiscono spazi di manovra alle aziende più blasonate. Continuano, quindi, i nuovi lanci, orientati a proporre il giusto mix tra gusto e praticità, con un occhio di riguardo a trasparenza e sicurezza. In dettaglio, secondo i dati Nielsen, nel 2017 il cluster ha registrato un turnover pari a 762 milioni di euro, con un aumento a valore, sull’anno precedente, del 10,7%. In generale, è evidente un ampliamento del numero medio di referenze proposte, nonché una riduzione della promozionalità, legata a un prezzo medio in salita, ormai sopra gli 8 euro per chilo.

Nonostante i suggestivi numeri d’inquadramento poc’anzi esposti, anche nel recente periodo si evince un significativo interesse da parte di ampi segmenti di consumatori per le proteine alternative alla carne. All’8% di popolazione italiana che evita completamente il consumo di prodotti carnei, si aggiunge, infatti, un ulteriore 29% (circa 18 milioni di persone; fonte Eurispes) meno strettamente delimitato, definibile “flexitariano”, ovvero caratterizzato da un regime alimentare misto, che tende a ridurre la frequenza del consumo di carne per lasciare spazio ad altre fonti proteiche, soprattutto vegetali.

Alla base di quest’ultimo fenomeno un mix di atteggiamenti da parte del consumatore che vanno dalla necessità di vedersi garantito sul fronte salutistico, alla volontà di salvaguardare l’ambiente fino ad arrivare alla ricerca di soddisfazione palatale attraverso sapori nuovi. Si tratta di un trend che travalica i confini nazionali e che, come emerge da analisi previsionali svolte dall’istituto Allied Market Research, farà lievitare le vendite mondiali di sostituti della carne dell’8,4% tra il 2017 ed il 2020. L’Italia, nel Vecchio Continente, occupa un ruolo centrale: dati Mintel segnalano che tra i primi 10 lanci di nuovi prodotti con proteine alternative, sette sono europei, con il Belpaese in quarta posizione fra i paesi leader nell’innovazione nei tre anni terminanti a giugno 2017, preceduto da Germania, Francia e Svezia.

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