Prospettive per un 2017 simile al 2016

Nella manovra ci sono interventi che riguardano le persone che guadagnano meno ma non per quel ceto medio che mi stupisco che non sia già scomparso da un bel pezzo (da Mark Up n. 255)

Esattamente un anno fa su Mark Up suggerivo che solo una crescita all’1,8-2,0% avrebbe potuto scongiurare l’aumento dell’iva. Invece,  il  pil  si  è  mosso  meno  della  metà  e,  nonostante questo, le maggiori imposte sono state evitate: per farlo, la legge di bilancio in corso di approvazione aumenta il deficit di 0,7 punti di pil (12 miliardi di euro), portandolo dall’1,6% fino al 2,3%. Gli incrementi delle imposte indirette sono riproposti in forma potenziata per il biennio 2018-2019.

Le cose stanno come un anno fa
È, dunque,  passato un anno, ma le cose stanno esattamente come un anno fa (che a sua volta stavano come due anni fa). Stessa crescita asfittica, stessi problemi, stesse strategie interventiste mixate con incrementi del deficit programmatico, ma dentro uno scenario internazionale che non potrà essere favorevole come nel triennio 2014-2016. Le novità riguardano,  dal  2017,  ulteriori  bonus,  incentivi,  regimi  premiali,  esoneri, compensazioni, proroghe e salvaguardie, per nuova spesa corrente attorno a 6,5 miliardi di euro. Chi ne beneficerà? Beh, non tutti, è chiaro. Bisogna, per esempio, avere figli, necessità di una baby sitter ed essere povero. Oppure pensionato -sempre povero- ma con meno di 75 anni, oppure pensionando  usurato,  salvaguardato  o  precoce.  Oppure  avere  altre  caratteristiche speciali che si incrocino con eventi particolari. Al contrario, non mi pare ci sia niente per quel 5% dei contribuenti a reddito più elevato -due milioni di persone che guadagnano più di 50mila euro all’anno- che produce il 22,5% dei redditi complessivi e paga il 38% di tutta l’irpef netta (57 e rotti miliardi di euro su un totale di 151, escluse le addizionali). È questo 5% che consente la solidarietà ai più bisognosi, paga quel che resta degli investimenti pubblici, finanzia la sicurezza e la giustizia. Quando parliamo di insostenibile peso del fisco ricordiamo che insostenibile si riferisce al ceto produttivo. Perché, all’opposto, il 32% di soggetti che guadagnano meno (13 milioni di persone che hanno un reddito fino a 10mila euro) percepisce il 7% di tutti i redditi e paga l’1% di tutta l’irpef. In altri termini: un contribuente in regola che ha un reddito lordo complessivo tra 200mila e 300mila euro paga le imposte sostenute da circa 200 persone che hanno ciascuna un reddito di 10mila euro (cioè un complesso di risorse pari a 2 milioni di euro). Allora non mi stupisco che il ceto medio stia scomparendo: mi stupisco che non sia già scomparso, e da un bel pezzo.

Non mancano però cose positive
Nella manovra non mancano cose positive come l’equalizzazione dell’imposta sulle società a prescindere dalla forma giuridica o la determinazione del reddito per cassa per le imprese in contabilità  semplificata.  Tuttavia  il  presupposto  ideologico  della  politica economica  resta  quello  di  intervenire  e  selezionare,  piuttosto che ridurre la spesa pubblica improduttiva e restituire risorse senza discriminare. Ne segue uno scenario per il 2017 di piena continuità con il passato. L’1% di crescita del pil resta obiettivo raggiungibile e non dipende tanto dal futuro quanto dalla dinamica della parte  finale  del  2016:  se  ci  sarà  un  po’ di crescita -come credo- il trascinamento renderà possibile il target. Verso luglio si discuterà su come disinnescare i nuovi aumenti dell’iva e poi emergerà che si può fare un po’ di deficit in più. Tuttavia qualche  rischio  c’è.  Il  teorema  del  comprare tempo con più debito, sperando nella crescita futura per ripagarlo, crollerebbe se i tassi d’interesse tornassero a salire. A metà novembre, lo spread tra i titoli decennali italiani e tedeschi era attorno a 155 punti. Mentre leggete questo pezzo, controllate se è più vicino a 130 o 200: nel primo caso, abbastanza bene; nel secondo, prepariamoci a turbolenze sui mercati.

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