Il formaggio vola alto senza latte in polvere?

La vendita internazionale in dieci anni è cresciuta del 214%. Bene l’Europa. Cambieranno le segmentazioni? Da Mark Up n.242

Il consumo di formaggio crescerà del 20% nei prossimi dieci anni. L’aumento del benessere in molti Paesi del mondo rappresenta un’importante opportunità per il sistema agroalimentare, e in particolare per quello lattiero-caseario. In questo contesto le cooperative possono giocare un ruolo di primo piano.

E in tale contesto si inserisce anche il dibattito Italia-Ue in merito alla legge n.138 del 1974, che vieta alle compagnie casearie con sede nel nostro Paese di usare particolari derivati, come latte in polvere e condensato, per la produzione di formaggi, yogurt e relativi prodotti. La Commissione europea ha chiesto a maggio di rivedere tale divieto. L’avvio di indagine è nato da “un reclamo da parte di una sezione dell’industria casearia italiana, che sostiene di essere stata penalizzata da tale legge”. Si ribadisce al contempo che “tutti i prodotti italiani protetti dagli schemi di qualità europei (Igp, Dop, Stg), non sono interessati dall’indagine”, dal momento che la politica europea sulla qualità dei prodotti fornisce una specifica normativa per la loro produzione.

Sui lattiero-caseari generici, per quanto riguarda i vari prodotti, la differenza la faranno le scelte delle singole industrie di trasformazione. Più che probabile che l’obbligo di legge sparirà in quanto non sostenibile in sede Ue. I produttori con sede in Italia potranno utilizzare (come i produttori del resto dell’Unione) latte fresco o derivati, indicando (o meno) in maniera esplicita, come segno distintivo, l’eventuale utilizzo di latte fresco e/o la provenienza dello stesso. È proprio sul versante dell’etichettatura che i protagonisti del comparto auspicano ora un cambio di passo. “Noi non utilizziamo e non utilizzeremo latte in polvere -afferma Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo-, siamo un brand riconosciuto e apprezzato per la qualità dei suoi prodotti. La qualità del latte si riconosce a partire dalla stalla. In ogni caso, per quanto ci riguarda, siamo per mantenere la legge che viete l’uso del latte in polvere in Italia. Ma la cosa veramente importante è avere delle etichette trasparenti che indichino gli ingredienti con cui sono realizzati i vari prodotti. In questo modo il consumatore è informato e può fare delle scelte consapevoli”.

Realistico il commento di Cesare Baldrighi, presidente del Consorzio Grana Padano: “Sull’argomento latte in polvere c’è una procedura di infrazione dell’Europa e temo che alla lunga non si potrà fare niente. La vera battaglia è ottenere un’etichetta chiara, che indichi tutte le materie prime utilizzate in modo da consentire al consumatore una scelta consapevole. L’Italia produce circa 950.000 tonnellate di formaggio all’anno e circa un terzo è esportato. Mentre importa poco più di 430.000 tonnellate: una quantità rilevante di formaggio entra nel Paese e il consumatore non sa se contiene latte in polvere”. Secondo Fiorenzo Rigoni, presidente del consorzio Asiago Dop, “c’è un’opportunità in più per i formaggi Dop e Igp i quali, prodotti secondo disciplinari che impongono l’uso di latte fresco del territorio, resteranno una garanzia per i consumatori italiani ed esteri anche e soprattutto nel caso non ci fosse una normativa sull’etichettatura esplicita”.

Va ricordato (si veda Mark Up 239, pag 35) che alcuni dei consorzi Dop sono intervenuti in prima persona nella programmazione del conferimento pilotato del latte (ovviamente fresco), come forma di tutela degli allevatori nel mantenimento di un giusto prezzo della materia allo scadere della normativa sulle quote latte Ue.
Il cambiamento nella normativa sulla produzione di latticini e formaggi comporterà, nella pratica, per il consumatore italiano ed estero una segmentazione dell’offerta e dei prezzi tra prodotti a base di latte fresco e altri a base di latte in polvere o condensato.

Cosa potrebbe succedere nei segmenti presidiati dai consorzi di tutela? “L’utilizzo di latte in polvere nel consorzio del Grana Padano -sottolinea Baldrighi- sarebbe frode alimentare. Qualche produttore potrebbe invece avvantaggiarsi utilizzando latte in polvere per produrre formaggi a grana dura al di fuori dell’ambito Consortile, naturalmente, non più di quanto fanno già gli stranieri con i loro prodotti che entrano in Italia. Comunque produrre formaggi a grana dura con latte in polvere non è così semplice, ci sono limiti tecnici che impongono limitazioni alle quantità realizzabili.

Nell’export agroalimentare, i prodotti lattiero-caseari detengono un’incidenza pari al 6% utilizzando circa l’8% della produzione globale di latte, un trend in evoluzione in parte collegato alla crescita demografica e allo sviluppo del benessere. Nel giro di dieci anni, le importazioni lattiero-casearie a livello mondiale sono cresciute del 214%. Su un valore totale di circa 62 miliardi di euro, il 38% fa riferimento a formaggi mentre un altro 28% riguarda latte in polvere; il rimanente 34% si ripartisce principalmente tra latte (non in polvere), burro e siero. Ma c’è anche il consumo interno comunitario: nel caso dei formaggi, ad esempio, l’Unione Europea rappresenta il principale mercato al mondo, con livelli di consumi pro-capite tra i più elevati (17,5 kg/annui contro i 3 kg di media mondiale).

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