La politica fiscale causa la cronica sfiducia degli italiani

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark U n. 262)

I consumi sono in debole ripresa già da diversi trimestri, ma l’ultima variazione del Pil ci posiziona in fondo alla graduatoria europea della crescita; dall’inizio del 2016 la fiducia delle famiglie italiane è adagiata su un trend nettamente decrescente. In Europa, dal 2016 il clima di fiducia è in aumento in 19 paesi su 27, in 4 è stabile, in Italia, Grecia e due piccole nazioni dell’est è in caduta, a parte episodi isolati e poco significativi. La distonia tra Italia ed Europa è troppo netta per essere attribuita al caso. Alcuni approfondimenti sui cittadini italiani hanno evidenziato una scarsa percezione dei vantaggi dovuti ai diversi bonus introdotti negli ultimi tre anni e, al contempo, una forte preferenza per politiche di riduzione del carico tributario rispetto ad altre opzioni come la lotta alla povertà o alla criminalità. A mio avviso la cronica debolezza della fiducia degli italiani è dovuta proprio ai nodi irrisolti delle politiche fiscali. Il che non è necessariamente una critica al Governo: è piuttosto uno stimolo a superare le logiche fin qui adottate, basate su incentivi discriminatori e selettivi, per adottare provvedimenti più generali: come una riduzione ragionevole delle aliquote Irpef, il più importante tributo del nostro Paese. Il messaggio sarebbe più chiaro e più forte di quelli impliciti nelle decisioni passate, orientate a premiare solo alcune fasce o tipologie di contribuenti. Probabilmente si dovrebbe andare oltre, e rivedere il sistema fiscale nel complesso, come suggerisce un recente lavoro dell’Istituto Bruno Leoni. Il nostro fisco va rifondato: perché, oltre ad essere oneroso, è incomprensibile e, alla fine, ciò genera iniquità, evasione e bassa crescita.

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