La strada facile del divieto e dell’obbligo

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 261)

Nel nostro bel Paese è maturata con ritardo da parte dei Sindaci la consapevolezza di avere centri storici che stanno correndo verso situazioni di degrado, riscoprendoli come luoghi di cultura, bellezza e attrazione che devono essere tutelati. Tutto giusto, ma ci si potrebbe chiedere che cosa è stato fatto finora dalla maggioranza dei Sindaci. Gli strumenti per regolare i cambiamenti nelle città, e in particolare nei centri storici, esistono da sempre: sono le norme dell’urbanistica, quelle dell’igiene e sicurezza dei locali e degli alimenti venduti, è la stessa polizia municipale, che ha, o avrebbe, il dovere di far rispettare le leggi. Invece si è chiuso un occhio, o forse tutti e due, e ora è scattato l’allarme. E per ottenere velocemente risultati si è scelta la strada più facile: una selva di divieti e obblighi. E così, in aree specifiche, si vietano aperture di nuovi negozi e l’offerta di taluni prodotti, si pretende di imporre quasi solo produzioni locali o dop e igp, ce la si prende con i risciò, con le carrozze o con i centurioni. Ma se risciò e carrozze sono abusivi, se friggitorie e kebabbari operano al di fuori della legge, se i venditori di chincaglieria o di ristoranti debordano sui marciapiedi, la cosa da fare è obbligarli a rientrare nelle regole. Se non ottemperano allora sì, usare il pugno di ferro. Così facendo non si violerebbero principi costituzionali come la libertà d’impresa e la concorrenza e si ritornerebbe a rendere disponibili a turisti e cittadini aree ordinate. Ma è complesso. Più semplice lanciare proclami per andare sui giornali e avere un facile consenso, contando magari sull’appoggio di un governo che ha bisogno di cavalcare questa tendenza.

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