Marino Golinelli, imprenditore e filantropo proiettato al futuro

di Giuliana Zoppis - Anna Tuteur

 

 

Un imprenditore e filantropo proiettato al futuro. Nella sua lunga vita (classe 1920, portata con grinta), Marino Golinelli ha fatto cose “alte”, produttive, belle, seminando non solo utili finanziari e posti di lavoro, ma anche valori sociali e cultura.  Inizia rilevando nel primo dopoguerra a Bologna un piccolo laboratorio per la produzione di farmaci, che in pochi anni diventa un’impresa farmaceutica qualificata. golinelli3Oggi, con la nuova Alfa Wassermann, avvia con la tenacia di un ragazzino un gruppo farmaceutico internazionale con oltre millecinquecento dipendenti. È un imprenditore, certo, ma a modo suo un pioniere, oltre a essere diventato un grande collezionista d’arte contemporanea. Tutto questo lo porta a incarnare la moderna figura del filantropo e del mecenate: un uomo che ritiene fermamente che arte, scienza e conoscenza siano il fondamento di ogni progresso umano. Convinto, come ama ripetere, che «l’imprenditore abbia il dovere di restituire alla società parte delle sue fortune». E per dar vita a un sogno, Marino Golinelli crea nel 1988 la Fondazione che porta il suo nome, con l’obiettivo di promuovere l’educazione e la formazione dei giovani, e per favorirne la crescita etica. La Fondazione Golinelli è attualmente l’unico esempio italiano di ente privato che s’ispira al modello delle grandi organizzazioni filantropiche americane. Lo abbiamo incontrato nella sua amata città, dove sta per essere inaugurato il nuovo Opificio, centro per la conoscenza e la cultura che ospiterà tutte le principali attività formative, educative e culturali della Fondazione.

Quali sono stati i suoi maestri e ispiratori come imprenditore, filantropo e fondatore della Fondazione che porta il suo nome?
Mi sono laureato nel 1943 e gli studi universitari hanno acceso in me la passione per fare qualcosa di concreto: occuparmi della cura della società. E’ successo partendo da un’occasione fortuita: già a 16 anni, durante il liceo, ho incontrato il lavoro del Premio Nobel Niels Bohr e ho voluto conoscere le ragioni della sua ricerca sulla struttura della materia. La sua descrizione dell’atomo mi ha fatto capire cosa è la realtà, che è quello che noi vediamo ma anche la realtà sottostante di quello che noi non vediamo e che dobbiamo ricercare. Ho voluto approfondire i temi della biologia e della chimica e i modi in cui l’universo s’espande, che mi hanno portato a indagare le strade per curare i malati e per entrare in quel mondo, che io oggi chiamo farmaceutico, ma che allora, ignorante di qualsiasi conoscenza di carattere economico, era veramente un mondo nuovo. Nel ‘48 ho iniziato l’attività imprenditoriale con l’Alpha Biochimici che fin da subito volevo che uscisse dalla realtà locale di Bologna per aprirsi al mondo: prima con gli anni dell’esplorazione in Giappone e poi in Congo Belga.  Ho girato il mondo e ho visto in India esempi di piccolissime aziende interessanti. Erano tempi dove in Italia si copiavano i brevetti, in America c'erano speciali accordi nella produzione degli antibiotici, e quindi il problema era quello d’incrementare la ricerca e il rapporto con la scuola. Fu allora che ho preso la decisione d’investire sul tema del sangue. Il primo progetto grande progetto risale al ‘68 ed è un prodotto che è oggi ancora sul mercato internazionale, uno dei prodotti più importanti insieme ad altri derivati, tutti di grande successo.960x0_95_3_c_FFFFFF_a54698dac5cf4d643f42814aeaf0f5b8
La vita dell’imprenditore è fatta anche di errori e di rischi di fallire, ma bisogna avere la forza di credere in quello che si fa. Solo così si può procedere e produrre ricchezza, che è il vero scopo di ogni impresa. Negli anni della “rivoluzione”, tra il ’68 e il ’70, ho sempre sostenuto che il profitto è un dovere sociale. Perché soltanto se c'è profitto l’imprenditore e quindi l'impresa può pagare le tasse e fornire mezzi per la formazione e lo sviluppo. Durante la crescita della mia fortuna, per esempio, ho escluso sbocchi facili, come quello di fare l’immobiliarista, perché penso che l'imprenditore abbia una responsabilità prima di tutto sociale. Che consiste nel ridare alla società quello che essa ti ha dato, sono valori che ho sempre ritrovato soprattutto in stati come gli USA e nei paesi anglosassoni, molto meno in Italia. Da qui l’idea, nel 1982, di dare vita a una Fondazione. La persona alla quale ho chiesto il primo parere è il professor Silvio Garattini (esimio scienziato e ricercatore) che mi disse subito: “vai dal notaio e concretizzata questo progetto”.

 

 

Che cosa vorrebbe che il governo italiano facesse per aiutare gli imprenditori a restituire parte della loro fortuna alla società?
Intanto dovrebbe detassare anche i fondi destinati alle fondazioni. Poi ho un’idea che esprimo qui per la prima volta: le fondazioni operative, che agiscono come impresa, con il loro patrimonio e la loro struttura organizzativa, con precise linee strategiche d’investimento e una governance che ne garantisca il futuro, dovrebbero poter accedere al mercato dei capitali. So che è una strada difficile, che deve confrontarsi con normative e istituzioni…Ho quindi scelto di sviluppare il rapporto con la scuola. Già frequentando gli Stati Uniti 27 anni fa incontravo James Watson (scopritore della struttura della molecola del DNA) che aveva creato un laboratorio che c'è ancora oggi, il Dolan DNA/Learning Center, perché (parole sue) “bisogna combattere l’analfabetismo biomolecolare“. Proprio così diceva, ed è quello che io ho voluto fare in Italia, 20anni dopo, con quello che ora si chiama “Scienze in pratica”, dove si fanno cose che a molti sembrano strane. Tutto ciò che non si capisce, agli occhi degli altri è strano! Peccato che tutte le volte che sono andato a chiedere supporti economici, il 90 per cento degli amici imprenditori non si è reso disponibile; non hanno capito il problema cruciale della scuola, cioè di tutte le attività che vanno dai 18 mesi ai 13 anni e oltre. Io ci ho sempre creduto, e finalmente oggi ho ottenuto il patrocinio del MIUR/USR dell’Emilia e Romagna, con l’Università di Bologna: con questi investimenti potremo insegnare a scuola la biotecnologia e la genetica e tutto ciò che noi insegnavamo prima al “Life learning Center” con il professor Masotti.

960x0_95_3_c_FFFFFF_da7e8e43e1335df879452bd0e96acb42Dunque, la Fondazione non ha mai avuto donazioni o sostegni economici dalle Istituzioni del nostro Paese?La Fondazione, tengo a precisare, è indipendente dall’industria, nel senso che Alphasigma ha conferito parte del patrimonio personale del sottoscritto alla Fondazione, che oggi ha quindi il suo patrimonio. La Fondazione e il suo futuro, però, non sono legati al destino dell’impresa e al mio. Solo il 20 per cento delle risorse annue sono riconducibili a fonti esterne e di questo, il 10 per cento viene da piccoli contributi che gli utenti dell’attività danno, quindi un rapporto 1 a 9; un altro 10 viene da contribuiti di imprese, privati e istituzioni. Non si può dire, quindi, che non ci siano fondi esterni, ma la componente pesa solo in piccola parte. La Fondazione ha l’impegno di ampliare la raccolta fondi per il futuro, però si fa fatica a trasmettere quanto sono importanti l’educazione e la formazione culturale. Con le istituzioni c’è oggi più collaborazione strategica e c’è più possibilità di lavorare, ma difficilmente arrivano risorse perché non ci sono o sono scarse; vengono aiuti di altro tipo a supporto dei progetti e delle varie attività. Vorrei, infine, chiarire che la Fondazione Golinelli è produttiva, è come un’impresa, quindi differisce dalle altre fondazioni di volontariato, noi investiamo sul futuro dei giovani.

Che cosa intende quando dice che i giovani possono guardare al futuro in modo sostenibile?
Il mondo del capitale e del mercato com’è oggi cambierà in modo profondo, le tecnologie apriranno varchi impensabili, ma il pericolo è che le stesse tecnologie condizioneranno l’uomo. Un mondo sostenibile è legato, invece, a un equilibrio con l’ambiente, con il territorio, dove un certo tipo di “giustizia distributiva” può consentire a molti di accedere alle risorse. Una società più condivisa, insomma, dove condivisione vuol dire utilizzo diffuso, un fatto pratico industriale e umano, di giustizia, democrazia e libertà. Sogno l’evoluzione della sussidiarietà e del mecenatismo verso una filantropia strategica: non solo risposte al bisogno, che sono importantissime, ma nel concreto, azioni per il futuro.

Come s’intrecciano le realtà profit e no-profit che lei crea? Pensiamo alla nuova azienda Alfasigma, avviata nel maggio di quest’anno (2800 dipendenti, tra i primi cinque operatori mondiali nel campo farmaceutico)e al progetto “Scienza in piazza”, per esempio.
golinelli1Di Alfasigma io sono il presidente onorario, il presidente è mio figlio Stefano Golinelli, perché serve dare continuità a un’impresa, il dovere sociale di trasmettere anche valori nei prossimi 50 anni. Tutto ciò ci permette di costruire cose nuove come “Il giardino delle imprese”, il primo progetto che dà la possibilità a dei giovani selezionati di presentare i loro progetti. Sono giovani che vengono dalle scuole medie e superiori e i progetti premiati il prossimo novembre avranno un contributo di 9/10 mila euro.
Un problema italiano molto grave oggi è quello della disoccupazione giovanile, anche oltre il 40 per cento: una risposta può venire dall’educazione all’imprenditorialità, dando possibilità e strumenti, perchè tutti possano acquisire un approccio imprenditoriale, sia che dopo la scuola vadano a fare i medici, sia i creativi. Il trust che abbiamo pensato a questo scopo si esplica su tre orizzonti: “Il giardino delle imprese” per le scuole secondarie superiori, quello per gli studenti universitari e quello per gli studenti dagli 11 ai 13 anni. Siamo operativi per ora sul primo livello, con un progetto di 16 mesi aperto a tutto il Paese, che coinvolge giovani che hanno voglia di mettersi in gioco e capiscono che questo percorso può fornire tante possibilità. Diamo molta importanza al lavoro di gruppo come strategia di lavoro anche industriale, con l’idea di unire il saper fare al sapere, non è una scuola teorica e basta. Per il prossimo anno si sta ragionando su progetti legati all’alimentazione e alla filiera della frutta in Emilia Romagna ai fini di internazionalizzare il sistema. L’idea è di arrivare poi a favorire la nascita di start up (abbiamo un esperto di questo settore che è Luca De Biase).

Il prossimo progetto cui sta lavorando è una grande mostra di Arte e Scienza, che sarà allestita al MAMbo (Museo d’arte moderna di Bologna, dal 18 settembre al 22 novembre 2015). Ce la descrive?
L’artista-ricercatore che guarda il mondo com’è non è soltanto chi crea i quadri, la musica, il design, l’architettura. E’ un artista che vuole capire i bisogni della società. Così come il collezionista che intendo io, mette “l’arte in piazza”: ho sempre messo l’arte negli uffici della mia azienda perché sia io, sia chi ci lavora possa goderne; l’arte fornisce stimoli e divertimento. La mostra del MAMbo, che è in sostanza una mostra sulla libertà umana, s’intitola “Gradi di libertà”; ha lo scopo di spiegare che cosa c’è dietro al quadro, in un percorso curato da Giovanni Carrada e Cristiana Perrella con quadri, filmati e arte uniti a una maratona della scienza. I ragazzi che andranno a visitare la mostra potranno poi dare i loro commenti, rientrando così nell’ambito della didattica e dalla formazione culturale. Dopo l’inaugurazione, ci saranno tre incontri dedicati al tema della libertà: “Quanto è libero il cervello?” parla di conoscenza e coscienza, “Liberazione digitale o prigione digitale” e “Arte, scienza e libertà” affrontano temi di grande attualità per tutti. La Fondazione Golinelli opera dal 2010 con un programma di mostre che, accostando opere di grandi artisti contemporanei a exhibit che raccontano i più interessanti risultati della scienza, indaga i grandi temi della vita: la modificazione degli organismi viventi, il rapporto con le tecnologie, i cambiamenti nelle età della vita, le risorse mentali per lavorare domani, il gusto. “Antroposfera”, la prima mostra, era sull’impatto dell’uomo sull’ambiente, “Happytech” su come l’uomo vive l’impatto della tecnologia sul suo modo di svilupparsi, poi “Da zero a 100 la nuova età della vita” e l’anno scorso “Gola” in vista di Expo, per affrontare il tema della nutrizione da un punto di vista culturale, scientifico e delle civiltà. E quest’anno: la libertà. In occasione di ogni mostra, la Fondazione organizza laboratori e attività per le scuole e il grande pubblico, e un programma parallelo d’incontri e conferenze con scienziati, intellettuali e artisti. Nei primi cinque anni, i visitatori sono stati oltre 100.000.

Con questa mostra, intende costruire uno scambio aperto con il mondo e contribuire a uscire dalle logiche di questo Paese spesso chiuso in se stesso?
960x0_95_3_c_FFFFFF_2502f20f4053a26887a3a363c102a38bParagono a volte la Fondazione Golinelli a quella di Bill Gates. L’Opificio Golinelli è a Bologna, ma lo sguardo è rivolto al mondo. Il primo esempio è la collaborazione di quest’anno con la Fondazione Kauffman di Kansas City, che si occupa di educazione e formazione. Anche il signor Kauffman era un imprenditore farmaceutico e quindi con una visione simile alla nostra. La Kauffman si occupa di educazione all’imprenditorialità e con il Global Enterprize Congress a Milano, cui abbiamo partecipato, ha promosso un momento internazionale sul ruolo che le fondazioni possono avere nel campo dell’educazione e della formazione della cultura. Con loro, la Fondazione creata dal Principe Carlo d’Inghilterra e quella di J.P.Morgan. L’ambizione e la disponibilità da parte della nostra Fondazione si concretizza dunque nell’idea di questa mostra che vorremmo rendere itinerante, dagli USA all’Europa. Stiamo cercando istituzioni che siano disposte a una collaborazione e a dare risorse.

Oltre alla diffusione di valori come la cultura, l’amore per l’arte e la creatività, lei parla di sensibilizzare bambini e giovani a una visione multiculturale della società. Ha mai pensato a un Centro per la formazione e la conoscenza per profughi e migranti?
È una domanda importante, ma quest’ambito è al di fuori dei nostri obiettivi. La Fondazione ha le sue linee strategiche, ed evitiamo d’impegnarci in settori che non siano correlati alla mission prioritaria. Certo per i migranti qualche cosa la facciamo, indirettamente. L’Opificio Golinelli, per esempio, apre in un luogo periferico della città, frequentato da molte etnie: è un segnale di apertura alla logica dell’abbattimento di barriere culturali. Del resto, la composizione della società italiana oggi ci porta ad avere un 14 per cento di popolazione di origine straniera, un fattore che valutiamo come un punto di forza, non un rischio. Se c’è un aspetto valido per attivare la multiculturalità quello è la scienza, perché ci apre porte che con altri percorsi è difficile aprire; la scienza ci insegna per esempio che le razze non esistono, perché c’è un’unica razza che è il genere umano. Occorre combattere i disvalori che s’insinuano tra i ragazzi, valorizzando le peculiarità delle culture, che devono dialogare tra loro e in questo la Fondazione ha intenzione di operare con tenacia.

In Italia abbiamo scuole fantastiche, ma servono più luoghi di scambio fra i giovani a livello mondiale, anche legati alla creazione di start up. Cosa ne pensa?
Sono stato a San Francisco, alla sede di Google, che è aperta al rapporto con le scuole, perchè i ragazzi che vanno a vedere Google possano imparare a capire il futuro. Beh, un domani sarebbe bello fare qui quello che viene fatto lì. Sono andato anche ad Amsterdam a incontrare persone che fanno delle piccole start up “social”: in futuro servono scambi con queste realtà, perché le buone esperienze servono.

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