Tempi stretti per la banda larga

di Gino Pagliuca

 

 

L’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), operante  sotto l’egida della Presidenza del Consiglio, ha varato una sua Agenda coordinata con quella Ue con una meta ambiziosa: entro il 2020, tutti gli italiani dovrebbero essere in grado di connettersi ad almeno 30 Mbps (e, per almeno il 50% di questi, ad oltre 100 Mbps). Nel tempo, sono stati varati anche incentivi sia per i gestori delle reti sia per gli utenti finali; per citarne solo uno tra i più recenti: la legge 9/2014, che ha convertito il decreto Destinazione Italia, stanzia voucher a fondo perduto fino a 10mila euro alle imprese  per l’acquisto di software, hardware o servizi che consentano lo sviluppo di soluzioni di e-commerce, la connettività a banda larga e ultralarga. Ancora più recente, il decreto Sblocca Italia, in attesa di conversione parlamentare. L’articolo 6 prevede per gli operatori che realizzano infrastrutture di banda larga una serie di agevolazioni sotto forma di credito di imposta Ires e Irap, con bonus fiscali che dipendono dall’entità dell’investimento e dagli abitanti dei comuni in cui si realizzano gli interventi.

 

 

Un gap culturale
Ma basteranno incentivi e programmi più o meno fattibili di implementazione della banda larga per colmare il gap con l’Europa? Stefano Quintarelli, uno dei pionieri della diffusione di Internet in Italia, deputato di Scelta Civica e dal luglio scorso presidente del comitato di indirizzo dell’Agid, ricorda le stime che indicano che il ritardo nella banda larga costa all’Italia un punto e mezzo di Pil e una mancata opportunità di occupazione per circa 700mila posti di lavoro. Lesinare risorse alla rete significa non cogliere un’importante opportunità di crescita. Però, spiega oggi, quella di infrastrutture ultraveloci non è l’unica questione aperta per la digitalizzazione del Paese.

Quintarelli
Stefano Quintarelli Presidente del comitato di indirizzo dell'Agi

Si è parlato per anni del digital divide, tra l’Italia connessa e Italia non raggiunta dalla rete. Oggi, in realtà l’accesso a Internet a una velocità che consente di usufruire dei contenuti essenziali è garantita di fatto in tutto il Paese. Sicuramente sarà più difficile senza incentivi sostanziosi convincere gli operatori privati a implementare la fibra ottica in centri medio piccoli dove il ritorno economico da solo non li ripagherebbe mai degli investimenti effettuati. Sta al governo individuare come dare questi incentivi e come renderli compatibili con le regole comunitarie. Ma c’è un’altra questione cruciale: i dati ci dicono che in Italia c’è una quota più alta di persone che non usa Internet mentre chi lo usa lo fa in maggior misura che nel resto d’Europa. Questo succede perché nel nostro Paese la popolazione è più anziana e meno scolarizzata della media europea e inoltre c’è una scarsa conoscenza dell’inglese, cioè della lingua di Internet. C’è bisogno di un’opera di alfabetizzazione digitale che veda protagonista il servizio pubblico televisivo, un’operazione analoga a quella compiuta tanti anni or sono dal maestro Manzi per insegnare a leggere e a scrivere anche se allora paradossalmente il compito era più facile perché esisteva un solo canale televisivo che vedevano tutti. Questo dal lato del consumatore. Ma bisogna anche implementare la cultura digitale delle imprese. I rapporti di filiera sono stati rivoluzionati dalla rete e le imprese anche di piccola dimensione devono rendersi conto che non esistono più confini nazionali”.

Infrografica1

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