Uomini di frontiera

Incontriamo Antonio Di Ferdinando, Ad e Dg di Conad Adriatico, che ci racconta di un Sud difficile, tutto da capire, con uno Stato lontano. Forse troppo (da Mark Up n. 270)

Un territorio che si estende su quasi 800 chilometri, un Sud difficile e affascinante, che si allunga tra Foggia e Lecce, il crocevia di Bari e il “nord” di Pescara, il Gran Sasso e il Cilento. Ce lo racconta Antonio Di Ferdinando, Ad e direttore generale di Conad Adriatico (QUI LA NOSTRA VIDEO INTERVISTA): “È un mestiere faticoso, difficile ma bello ... cambiato nel tempo: prima eravamo bottegai, oggi la nostra base sociale ha un’età media di 40 anni e circa il 40% è laureato. Una base sociale che spinge per l’innovazione, la crescita, gli investimenti. Giovani che si danno da fare e non vivacchiano. Le opportunità ci sono, e sono tante”.

 

 

Un territorio non omogeneo ...

Vero, ci sono l’area abruzzese, quella molisana e quella marchigiana, nella quale abbiamo maggiore storia e siamo conosciuti, con una quota di mercato molto alta, soprattutto in Abruzzo e Molise, per noi il Nord. In Puglia, abbiamo differenze notevoli tra provincia e provincia: c’è Foggia, più depressa e alla ricerca di prezzo e un assortimento più limitato, e Lecce, più evoluta, con più consumi, aperta all’innovazione e al servizio. Nelle altre siamo in una condizione intermedia.

 

 

Quante persone coinvolgete?

Circa 4.500 tra collaboratori, addetti alla rete di vendita, sede centrale della cooperativa. Una bella famiglia, su un territorio troppo ampio e poco popolato. Uno stimolo senza dubbio: per noi è importante anche recuperare lo 0,01%, lavoriamo sulle piccole cose, la riduzione dei costi è essenziale. Così come lo è la formazione: abbiamo messo a budget, per il 2018, in linea con gli anni precedenti, 930 mila euro, di cui il 75% a carico della cooperativa e il 25% finanziato dai soci.

I passaggi generazionali sono un nodo fondamentale per le Pmi italiane e la distribuzione non fa eccezione ...

È vero, per questo abbiamo sviluppato più strumenti, anche per chi, pur essendo “di famiglia” non ha esperienza nel commercio. Ogni anno, mettiamo a disposizione dei figli dei soci o loro parenti che entrano in attività un corso che dura tra gli 8 e i 12 mesi, un percorso formativo in tutti i reparti, poi un paio di mesi in sede per conoscere i settori, fare training sulle trattative con il commerciale, come si fa un assortimento, il volantino, le strategie che ci sono dietro ... E non per ultimo trasmettere i valori della cooperazione e della mutualità.

Qual è il vostro apporto al territorio?

Facciamo tanto e da tanto tempo, ma non lo diciamo, perché per me queste cose si fanno in silenzio. Penso che uno dei fattori del nostro successo sia stata proprio questa attività, i nostri interventi nel sociale, nella scuola ... gli Empori della Solidarietà.

Cosa è l’Emporio della Solidarietà?

È stata un’idea di un collega, il direttore delle risorse umane: aiutavamo già le Caritas locali, ma gli aiuti spesso sono lontani dalle reali necessità delle persone. Occorreva trovare una formula per rendere più dignitosa (e utile) la spesa: abbiamo cominciato a ragionarci, e così è nato il primo Emporio della Solidarietà ad Ascoli Piceno. Il Vescovo ci ha messo a disposizione un immobile della Curia e insieme ad alcuni fornitori abbiamo allestito un negozio particolare: niente banchi assistiti, un assortimento di beni di prima necessità, la cui selezione è stata ricavata da uno studio che avevamo fatto sui bisogni. Alla cassa, i clienti arrivano con una carta prepagata assegnata dalla Caritas in base a criteri specifici. In questi Empori, aperti due volte la settimana, le persone acquistano ciò di cui hanno bisogno. Noi facciamo la prima fornitura; poi, le Caritas locali possono andare, una volta al mese, sabato o domenica, in un nostro super con la richiesta dei prodotti che mancano per rifornire l’Emporio e la cooperativa raddoppia quello che i clienti donano. Il progetto funziona, dà il senso della realtà in cui si vive e coinvolge i clienti nelle problematiche della comunità, crea veramente solidarietà. Oggi gli Empori sono sette.

Non dimentichiamo il terremoto ...

Già il terremoto ... La nostra sede è antisismica ... Alla terza scossa di quella mattinata terribile, la paura ha avuto il sopravvento, abbiamo lasciato l’edificio, fuori c’era un mucchio di neve, qui non succede spesso, ma quella volta sì ... Con il terremoto i nostri negozi sono stati un punto di riferimento eccezionale, perchè abbiamo i gruppi elettrogeni. Per cinque giorni è mancata la corrente elettrica: niente telefonini, niente riscaldamento, isolati totalmente. La gente da noi veniva a riscaldarsi e a ricaricare i cellulari. Essere parte del territorio significa anche questo.

Siete presenti anche nelle scuole ...

Investiamo tantissimo nella scuola, convinti che lì ci sia il futuro nostro e del Paese; facciamo tante iniziative: dal giornalismo con gli studenti all’educazione alimentare con “La lezione vien mangiando”. Sono “investimenti” che ritornano, li facciamo in tutto il territorio in cui operiamo: i bambini cominciano a leggere l’etichetta e a capire cosa sia una sana e corretta alimentazione. Abbiamo anche un’iniziativa contro la differenza di genere: non basta denunciare, dobbiamo lavorare sulla cultura delle persone. Tutta questa violenza assurda sulle donne, come se fossero figlie di un dio minore. Puoi cambiare solo se cambi la testa delle persone. Così da un paio di mesi abbiamo avviato una collaborazione con Il Centro, il quotidiano locale: insieme organizziamo incontri nelle scuole della provincia abruzzese, con noi i vari Procuratori della Repubblica e rappresentanti delle donne dei centri antiviolenza. Diamo strumenti per leggere il contesto con esempi e anche qualche consiglio per reagire laddove ce ne fosse bisogno. Il Procuratore di Teramo ha lanciato l’idea di aprire degli sportelli presso i nostri supermercati per la violenza di genere, che noi abbiamo accolto con piacere. Il problema, però, non è mettere a disposizione le strutture, ma avere gente preparata che sappia rispondere in modo rapido e pertinente. Quindi torniamo a dire: bisogna preparare le persone, dobbiamo tornare a scuola tutti, perché è lì che costruiamo la buona società.

Una società che porta con sé delle tare ataviche ... come la malavita organizzata ...

Siamo una cooperativa e io ne sono il manager; se fossi il “padrone” sarebbe diverso. Abbiamo un sistema che rimanda sempre a qualcuno che non c’è ... L’assenza dello Stato si sente anche nello scarso rispetto che ancora molti hanno delle regole sul personale. Si sente da tante cose. Si sente.

Cosa si può fare?

La ricetta non ce l’ho, ma certo uno Stato più forte darebbe maggior tranquillità alle persone oneste di poter compiere il proprio lavoro e anche il proprio dovere sociale. Molti costi del lavoro rispetto ai bilanci non sono coerenti, basta leggere i bilanci per rendersi conto di cosa non va. Sono accessibili a tutti. Eppure ...

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