Perché con la cultura “si mangia”

Genera ricchezza, ma è sottostimata. A dirlo è Paola Dubini, docente di management dell’Università Bocconi. Più coinvolgimento sociale e di relazione (da Mark Up 293)

Quasi nove milioni di persone nell’Unione europea lavorano in ambito culturale. Di queste, novecentomila, sono in Italia. La cultura si è riscoperta driver per la crescita economica, con ancora un potenziale da sviluppare in diverse aree di interesse. Ne abbiamo parlato con Paola Dubini, docente di management dell’Università Bocconi di Milano.

 

 

C’è una frase ormai divenuta celebre, “Con la cultura non si mangia”, attribuita all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che però ha sempre sostenuto di non averla mai pronunciata. Indipendentemente dalla paternità delle parole, quanto c’è di vero in questo concetto?

Io non finisco di stupirmi sul come mai ci chiediamo “Perché con la cultura non si mangia?”, perché se guardo alla varietà di settori, operatori, addetti e alla lunghezza delle filiere e alla numerosità dei canali, è evidente che dietro alla cultura ci sono processi di produzione, distribuzione e consumo che sono economici e quindi inevitabilmente producono Pil. Qual è la percentuale di questo Pil, dipende molto da come perimetriamo i settori che consideriamo, però tenendo conto dei diversi studi che vengono fatti in Italia siamo in un ritorno del 4%, più o meno. Il punto è che questo valore economico dimostra solo una parte della ricchezza generata dalla cultura, perché la cultura è come il turismo, ampiamente sottostimata: lo è nei consumi e un pochino sottostimata negli investimenti, che è l’area sulla quale insieme ad Asvis, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, stiamo lavorando per cercare di quantificare in modo sistematico gli investimenti alla cultura da parte di diversi interlocutori.

 

 

Quali sono i driver su cui bisogna puntare per aumentare questo dato del 4%?

Un’altra caratteristica interessante della cultura nella sua ambiguità di significato, che inevitabilmente ha, è che può essere orientata in più direzioni, per cui noi quando parliamo di cultura evidentemente parliamo di conservazione e valorizzazione di patrimonio; poi, legata alla cultura c’è tutta la dimensione del coinvolgimento sociale, della creazione di uno sviluppo sostenibile in una direzione sociale e quindi rigenerazione urbana, inclusione, riduzione di costi sociali dalla salute al controllo in generale; e ancora, c’è una direzione che non viene valorizzata abbastanza e che è quella, invece, legata all’innovazione e che nel nostro Paese potrebbe essere veramente un cavallo di battaglia.

Mi riferisco da un lato a tutto il potenziale di nuovi business legati alla digitalizzazione e all’utilizzo di tecnologie in ambito culturale, ma dall’altro le ricadute in altri settori che vanno dalla robotica, ai media, e di nuovo al turismo e altro.

E, poi, c’è ovviamente un valore di cittadinanza, di appartenenza: se noi consideriamo quanto più mobili siamo rispetto al passato, dobbiamo essere consapevoli che è la cultura che, se siamo mobili, ci aiuta a non essere disperati ma a sentirci a casa in altri posti; se siamo, invece, territori che vogliono attirare delle persone, è la cultura che permette di essere genuinamente inclusiva, perché il valore della cultura è un valore di relazione, è quello che permette alle persone di mettersi in relazione con altre persone, con lo spazio e con il tempo.

Perché la cultura viene strettamente legata alla sostenibilità?

Il tema della sostenibilità è il grande tema che in questo momento attraversa le generazioni, attraversa gli interlocutori sociali ed è, oggettivamente, un drammatico problema che riguarda tutti.

Credo che la riflessione sulla cultura legata al tema della sostenibilità ci permetta di guardare alla sostenibilità non solo nella sua componente ambientale che è estremamente importante, ma anche a quella economica e a quella sociale, perché, da un certo punto di vista, il ragionamento sulla cultura legato alla sostenibilità ci mette davanti alle grandi opportunità che lo sviluppo sostenibile offre, ma anche alle sfide che ha: banalmente, moltissime delle organizzazioni culturali non sono sostenibili dal punto di vista economico e quindi immaginare attività che generano ricadute, ma che fanno fatica a restare

in piedi, ci mette davanti alle difficoltà della sfida della sostenibilità.

Le imprese si sono accorte del valore economico della cultura?

La risposta giusta è dipende. A me pare che ci sia un buon numero di imprese che per motivi diversi si è reso conto che l’investimento in cultura è un investimento di senso ed è un investimento che ha un ritorno sia per l’impresa, sia per il territorio in cui questa è inserita. E questo non è necessariamente un investimento dettato dalla generosità, ma dal pragmatismo; ad oggi sono ancora poche le persone che investono in cultura e quindi l’investimento in cultura è particolarmente visibile. Questo tipo di investimento, se ben gestito, permette una visibilità e una reputazione buone e, se ben pianificato, permette una riduzione di costi; quindi se mettiamo insieme queste dimensioni, l’investimento in cultura per sua natura richiede di essere fatto per periodi di tempo non brevissimi, ma può essere relativamente piccolo e, se mettiamo assieme, questi fattori viene fuori con evidenza come in realtà il ritorno sia molto buono, molto positivo.

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