Esiste la scienza del management?

Oggi nella ricerca sul management c’è poca rigorosità nel metodo. Si può fare meglio, anzitutto imparando e utilizzando di più i metodi sia qualitativi che quantitativi di ricerca

Elio Borgonovi ha il dono di farci riflettere su cose importanti. Non sono un filosofo della scienza, prego perciò i lettori di perdonare un piccolo incipit da dilettante. A me sembra che ci sia una gerarchia di complessità dei sistemi che dipende da quante variabili riusciamo a controllare. Nell’ordine metterei i sistemi meccanici, elettrici, fluidodinamici, biologici e infine i sistemi sociali legati all’uomo, in cui la sfida è l’enorme quantità di variabili in gioco.

Questa banalità epistemologica ci aiuta a capire alcune piccole cose. Ad esempio, oggi è un tiro a segno prendersela con gli economisti per non aver previsto la crisi. Gli economisti, però, hanno a che fare con il sistema più complesso, quello sociale. E’ come prendersela con i ricercatori in medicina che, nonostante molti progressi, non hanno sconfitto definitivamente il cancro. In medicina si attribuisce la difficoltà a trovare soluzioni alla complessità del sistema biochimico dell’uomo, non al metodo scientifico. Perché non è lo stesso nelle discipline sociali?

La posizione di Borgonovi è che “... mentre nelle scienze naturali la conoscenza procede tramite l’individuazione di chiare relazioni di causa-effetto tra fenomeni che si ripetono uguali ..., l’economia come scienza sociale non è regolata da “leggi” e razionalità che determinano comportamenti meccanicistici”. Borgonovi però comprime molte scienze naturali nel modello dei sistemi meccanici, in cui ci sono poche variabili facilmente controllabili. Molte scienze naturali sono lontane da situazioni meccanicistiche, eppure – come ho detto – non ripudiano il metodo scientifico. I problemi sono più difficili, ma la domanda non è quanto sappiamo risolverli con il metodo scientifico, ma quanto sapremmo risolverli (meglio) con altri metodi.

Che la stessa cosa valga per il management? I problemi manageriali sono complessi e, come dice Borgonovi, c’è ricchezza di comportamenti e best practice. Tuttavia, ciò non toglie che alcune teorie ci fanno capire meglio il comportamento manageriale. Gli studi sui CEO, top management team, imprese familiari, corporate social responsibility, sono solo alcuni dei temi affrontati con metodo scientifico. Ci aiutano a capire? Ad esempio, Emily Feldman, Raffi Amit e Belen Villalonga su Strategic Management Journal, teorizzano che i CEO di famiglia in un’impresa familiare cedono sul mercato un’attività dell’impresa a prezzi più alti di quanto chiederebbe un CEO non di famiglia perché associano all’attività un valore emozionale. Attraverso dati sistematici trovano correlazioni coerenti con la loro teoria. Avere presente questa teoria può aiutare ad esempio un capofamiglia a capire se, per la sua successione, è meglio un familiare o un CEO esterno. Naturalmente, molti altri fattori influenzano questa decisione. Ma sapere che questo fenomeno ha una sua validità empirica, può solo aiutarlo.

Questa teoria potrà essere falsificata in futuro, o magari corroborata e perfezionata, ma questa è appunto l’essenza del metodo scientifico. Per fortuna poi nelle nostre discipline il metodo è inteso in senso ampio. Ad esempio, i casi studio ci aiutano a cogliere la ricchezza di comportamenti ed esperienze. Spesso questi casi stimolano intuizioni che danno luogo a studi con risultati più generali, nel senso di individuare analogie nei comportamenti o nelle conseguenze di azioni manageriali in contesti diversi.

L’errore sarebbe pensare che alla fine potremmo arrivare a comprendere tutto. Non sarà mai così e poiché il nostro oggetto di studio è complesso arriveremo sempre a capire poco. Qual è l’alternativa? Tanti casi e dettagli senza generalizzazioni? Quando in classe i professori di management insegnano un caso hanno in testa un metodo, un insieme di “leggi” che consentono di dire, con cognizione, che alcuni aspetti di quell’esperienza valgono in contesti diversi. Altrimenti sarebbero degli imbonitori. Secondo me, oggi, in management, il problema è proprio che c’è poca rigorosità nel metodo e molte generalizzazioni si fondano su basi deboli. Sono convinto che si possa fare meglio, anzitutto imparando e utilizzando di più i metodi sia qualitativi che quantitativi. Così non si riuscirà comunque a capire tutto, ma almeno quando è possibile generalizzare ed astrarre dai contesti studiati e quando invece un fenomeno è specifico del contesto che viene osservato. Senza metodo si rischia di non generalizzare mai o di generalizzare senza criterio.

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