La tecnologia distrugge il lavoro?

Le nuove tecnologie stanno distruggendo posti di lavoro. Ma ne creeranno in futuro. A patto di prendere atto della nuova realtà occupazionale.

A molti di noi sarà capitato di prendere un taxi e di affrontare la questione di Uber, sentendosi investire da una lunga sequela d’invettive contro la nuova piattaforma digitale per il trasporto sviluppata da Travis Kalanick. La paura è quella che le licenze siano svalutate e che possano perdersi posti di lavoro. A fronte di questi timori, Uber ha previsto la creazione di oltre 50.000 nuovi occupati nel solo 2015 in Europa.

Il tema posto dalla crescita impetuosa di Uber non è solo quello delle regole da rispettare, come pensano i tassisti di mezzo mondo, ma è invece quello più generale posto dal progresso tecnologico e dalle innovazioni che stanno sviluppandosi ad un ritmo impressionante e che creano enormi problemi ai comparti tradizionali dell’economia e ai lavoratori in essi occupati. Le tecnologie disruptive, per usare il termine coniato da Christensen, hanno questo nome perché producono una distruzione delle competenze esistenti e, nell’attuale contesto economico, anche dei posti di lavoro.

La questione della perdita di occupazione a seguito dell’introduzione delle nuove tecnologie riguarda oggi i lavoratori dell’industria a causa dei processi di automazione e di robotizzazione. E' stato annunciato qualche giorno addietro un nuovo balzo in avanti nella possibilità di sostituire i lavoratori da parte della Rethink Robotics, che ha presentato un nuovo modello di collaborative robot, chiamato Sawyer, che ha un prezzo di vendita molto basso, inferiore a $30.000, leggero, capace di fare molti compiti e di lavorare a fianco degli operai. Anche i lavoratori dei servizi sono coinvolti dal procedere dell’informatizzazione e dello sviluppo di applicazioni web-based, e in breve anche i settori ad elevata conoscenza (diagnostica, ingegneria, educazione, servizi legali, management, ecc.) saranno toccati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il tema non è nuovo: all’inizio del processo d’industrializzazione e poi con l’avvento della produzione di massa, regolarmente vi sono stati pensatori anche illustri che hanno previsto una società in cui il lavoro sarebbe stato garantito a pochi privilegiati, con la conseguente disoccupazione di massa.

In realtà i dati ci dicono che gli effetti del progresso tecnologico e della conseguente crescita di produttività non sono, nel medio termine, quelli di una riduzione dell’occupazione, ma invece lo spostamento del lavoro dai settori tradizionali a quelli a contenuto tecnologico più elevato e dalle mansioni che richiedono un livello di istruzione più basso a quelle con un contenuto di conoscenza più elevato e, in futuro, dalle fasce d’età più elevate a quelle più basse. Tutto ciò, sommato agli effetti della globalizzazione, crea e genererà ancora di più in futuro tensioni e difficoltà crescenti in alcuni strati della popolazione. Come i tassisti stanno oggi sperimentando sulla propria pelle.

A fonte dell’impressionante incremento e della pervasività del progresso tecnologico, che fare? Per ridurre le conseguenze drammatiche sulla popolazione, è necessario che si attuino al più presto politiche imperniate su ammortizzatori sociali in grado di favorire lo spostamento del lavoro sia in senso orizzontale (tra settori diversi) sia in senso verticale (attraverso la riqualificazione degli occupati). E gli interventi non possono che essere realizzati sia a livello della politica del lavoro e sia a livello della gestione delle risorse umane nelle imprese. Prendendo atto che in futuro il lavoro, sempre uguale che dura per tutta la vita, non sarà più possibile e bisognerà prevedere fasi diverse della vita lavorativa, con periodi di formazione sistematici e con mansioni e remunerazioni variabili nel tempo.

L’alternativa immaginata da alcuni movimenti politici e da non pochi opinionisti, neo-luddisti, di resistenza alle nuove tecnologie o di una mera protesta contro il cambiamento, anche se è comprensibile e porta consensi nel breve termine, è del tutto antistorica e assolutamente non in grado di risolvere il problema nell’attuale contesto di competizione globale.

Schumpeter aveva definito l’innovazione con il termine di distruzione creatrice, sottolineando che alla fase della distruzione segue poi quella della creazione. E’ necessario affrontare con decisione e nel modo appropriato la questione della riconversione e riqualificazione dei lavoratori, se non vogliamo che dopo la distruzione rimangano solo le macerie.

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