Luxottica: il ruolo della proprietà

Le dinamiche della famiglia proprietaria hanno un impatto rilevante sulle imprese controllate. Senza una proprietà coesa capace di esprimere un proprio rappresentante non è possibile neppure governare la nuova formula di vertice dei due amministratori delegati.

Da trent’anni gli studi di economia aziendale insegnano che nelle aziende a controllo familiare le dinamiche della proprietà si intrecciano inevitabilmente con quelle proprie dell’azienda. Da tutte le informazioni disponibili, pare chiaro che Luxottica non abbia ancora trovato un assetto proprietario per la nuova generazione. Non è facile comporre tutte le attese esistenti in caso di nuclei familiari così complicati come quello del Cav. Del Vecchio, ma occorre velocemente trovare una soluzione che consenta di definire per il futuro una compagine proprietaria in grado di indirizzare e controllare l’azione dei vertici aziendali, attraverso un Consiglio di Amministrazione professionale. Il Cav. Del Vecchio potrebbe identificare tale rappresentante o in uno dei figli o in un soggetto terzo come, ad esempio, il trustee di un trust (soluzione adottata di recente in Brunello Cucinelli o in Antinori). Nella ricerca di una soluzione sono particolarmente importanti i valori propri dei vari membri della proprietà attuale e futura: se l’azienda è vista come un “bene privato ad utilità pubblica” allora la ricerca delle soluzioni diventa più facile.

Con riferimento all’azienda, il gruppo Luxottica inizia una sfida non facile: quella di far convivere due amministratori delegati. E’ una sfida che riguarda molte aziende familiari italiane: secondo i dati dell’Osservatorio AUB della Cattedra AIdAF-EY dell’Università Bocconi oltre un terzo delle imprese familiari italiane con ricavi oltre i 50 milioni ha al vertice due o più amministratori delegati. Il modello è più diffuso nelle imprese di minori dimensioni, ma anche società quotate di dimensione grande come Buzzi Unicem presentano due CEO al vertice. La sfida può essere vinta solo se i due CEO riescono a collaborare con facilità, senza creare all’interno dell’azienda proprie cordate di riferimento. Anche in questo caso, la presenza del Cav. Del Vecchio mi fa ritenere che il modello potrà funzionare perché, in caso di dissidi tra i due manager, il Presidente potrà intervenire ricreando l’unità di comando necessaria. Ma anche in questo caso, i dubbi riguardano il futuro meno prossimo.

In definitiva, il Cav. Del Vecchio deve trovare una soluzione a livello di compagine proprietaria identificando un leader capace di mantenere la coesione della proprietà e di garantire l’unità di comando in caso di contrasti tra i vertici manageriali. Un consiglio di amministrazione professionale può facilitare questi processi, in particolare il secondo ma in parte anche il primo, ma tutto dipende dalla volontà della proprietà. Un soggetto che, complici anche gli studi manageriali nord-americani costruiti solo sul modello della public company, è oggetto di attenzioni minori di quanto meriterebbe. Il Cav. Del Vecchio è prossimo a compiere 80 anni e quindi la soluzione va trovata in tempi brevi.

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