Meditazioni di uno studioso perplesso

Il senso vero della ricerca di management sta nella capacità di costruire un dialogo con le imprese. Molto meno nella dose di rigore richiesta per pubblicare nei giornali accademici.

La discussione avviata da Elio Borgonovi con il seguito che ha avuto nei pensieri di Alfonso Gambardella e Giuseppe Soda è decisamente interessante e stimolante, tuttavia credo possa presentare il rischio di mantenere ancora una volta la riflessione all’interno del mondo accademico, lasciando così in secondo piano il ruolo che i docenti hanno nella società.

Prendendo spunto da quanto detto dai colleghi, preferisco allora aprire ad una diversa prospettiva, preferisco pensare a chi si rivolge, o dovrebbe rivolgersi, il nostro lavoro. Al riguardo, credo si possa convenire che quattro siano i pubblici di riferimento della nostra attività: gli studenti, i colleghi, gli operatori aziendali e la comunità in generale. I servizi che offriamo a questi gruppi sono la formazione, la ricerca e la divulgazione della conoscenza a fini produttivi, economici, sociali e culturali. Così, ad ognuno di questi pubblici è diretta, o dovrebbe essere diretta, la diffusione dei risultati della nostra ricerca e della conoscenza con essa acquisita, in forme di linguaggio idonee ad intercettare l’interesse di coloro con i quali ci si propone di dialogare.

Orbene, tralasciando in questi sintetici pensieri l’aspetto della comunicazione ai fini della didattica - tema peraltro non certo trascurabile nell’epoca delle tecnologie della comunicazione on line che potrebbero indurre qualcuno a mettere in discussione il valore stesso del nostro ruolo formativo di docenti - vorrei soffermare un momento l’attenzione sul come comunichiamo con i colleghi e con le imprese. Ponendomi in questa prospettiva, mi appare ben chiaro il modo in cui dialoghiamo con i colleghi, mentre l’opacità avvolge, almeno al mio sguardo, la conversazione che cerchiamo con il mondo dell’impresa.

Con i colleghi abbiamo imparato a dialogare in forme molto raffinate e intellettualmente avanzate con tecnicismi e formulazioni mirabolanti capaci di stupire per la perfezione e l’incanto del loro sviluppo, in uno sfavillare di metodi capaci di sorprendere anche i più rigorosi referee dei journal di fascia A o A+++, spinti in questo dal principio imperante del Publish or Perish, non importa cosa, non ne importa la rilevanza, quello che importa è pubblicare in forme allineate alla matrice internazionale, che vede il paper sviluppato secondo schemi standardizzati che replicando un format predefinito assopiscono e impauriscono il pensiero innovativo.

Forse sto esasperando il ragionamento o forse no, il lettore che vive questa realtà ha ovviamente una propria opinione in proposito. In ogni caso, se avesse dei dubbi e desiderasse cimentarsi in una prova scientifica attraverso la selezione dalle prime 10 riviste di management ad elevato impatto internazionale di un campione statistico di articoli pubblicati per poi leggerli, credo che potrebbe trovare la risposta che cerca. Non di rado si pubblicano puri esercizi di stile nello sfoggio delle tecniche di ricerca utilizzate per dimostrare assunti che già in partenza il semplice, e troppo spesso bistrattato, buon senso aveva ben evidenti.

Insomma, da un’autoreferenzialità locale siamo passati, in una coerente e del tutto opportuna apertura alla comunità internazionale, ad un’autoreferenzialità sopranazionale o da journal accademici. Noi stiamo qui, anche il mondo con i suoi problemi forse ci sta, qualche volta, ma quello che ci interessa di più non è la rilevanza di quello che facciamo. Quello che ci interessa sono la precisione e la puntualità del metodo che usiamo secondo schemi uniformemente codificati, con il risultato che tutto si svolge con lo stesso percorso a partire da una literature review costruita a tavolino di frequente su cose mai lette e solo messe lì per mostrare una ipotetica conoscenza, perché spesso trattasi di pura erudizione. Il tutto seguito da sofisticate analisi quantitative capaci di far rabbrividire il più spinto degli economisti e così ci trastulliamo con la scoperta che rigorosamente una certa ipotesi è stata dimostrata.

E a questo punto inebriati dal risultato ottenuto pensiamo di avere scoperto la verità, la legge o la law-like relationship, la regola, il normotipo manageriale o imprenditoriale, la generalizzazione tanto desiderata, dimentichi del fatto che la realtà non esiste se non nelle forme nelle quali noi l’attiviamo con gli occhiali che ci sono forniti dalla nostra conoscenza, dalla nostra esperienza, dalle nostre emozioni e dai nostri valori.

E dire che un tempo si sottolineava con orgoglio che la differenza tra l’aziendalista e l’economista stesse proprio nel fatto che il primo cercava di sentire il respiro delle aziende, mentre il secondo tracciava schemi teorici generali che molto spesso prescindevano dal comportamento reale delle stesse!

Ecco, ora mi è chiaro il perché dell’opacità che intravedo nel nostro dialogo con le imprese. In realtà, nella nostra autoreferenzialità accademica le imprese non entrano, il management non viene pressoché mai chiamato a valutare o a considerare i nostri lavori, ne è tenuto al margine. Anzi, si preferisce piuttosto ribaltare la direzione della responsabilità e accusare i practitioner di non leggere, di essere disinteressati alla ricerca scientifica, di essere distanti dal mondo della conoscenza. Cosa che in parte potrebbe anche essere vera. Ma dovremmo allora chiederci perché questo accade. E di certo non è solo per mancanza di tempo.

Tutto può essere, ma una cosa è certa: al ponte sul quale conversare con l’impresa negli ultimi anni abbiamo lavorato ben poco. Il mondo l’abbiamo tenuto ben lontano da noi, quasi ne avessimo paura per la complessità che esprime. Quel mondo che in realtà chiede solo di essere aiutato a vedere oltre l’azione, chiede a noi ricercatori di esplorare gli orizzonti del possibile per proporli ad una discussione che apra a domande che rincorreranno le risposte fino a quando non le avranno ottenute, per poi ripartire alla ricerca di altri quesiti cui rispondere.

Chiede di creare sinergie tra la nostra possibilità di vivere di dubbi, i dubbi della ricerca, e la loro necessità di vivere con l’azione e la quotidianità della competizione. Non ci chiede di più. Ma non è cosa semplice rispondere a questa richiesta con la corazza che ci siamo costruiti addosso dietro la quale difendiamo la nostra pretesa di essere scienziati che vivono di razionalità dimentichi del fatto che i valori, le emozioni, le intuizioni e la creatività sono preziosi compagni di viaggio di chi fa ricerca nell’ambito delle scienze sociali e quindi di chi fa ricerca nel management.

Così, si potrebbe dire non è il metodo che manca, forse ce n’è troppo, quello che di frequente manca è il senso che si può dare al nostro lavoro e il coraggio di interpretarne i risultati per aprire a nuovi percorsi che possano aiutare l’impresa ad essere il più ”creativo esperimento umano che mira a migliorare la vita” (Mihaly Csikszentmihaly), piuttosto che un semplice e puro meccanismo di produzione di profitto.

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