Etica, sviluppo economico e docenti di management

Quale deve essere il ruolo specifico dei docenti di Management nella ripresa morale del nostro Paese?

L’articolo di Salvio Vicari del 12/1/2015 su managementnotes.it sottolinea una condizione essenziale, forse la principale, per la rinascita del nostro Paese e pone delle domande che coinvolgono i docenti di Management sotto tre diversi punti di vista: come persone, come universitari e come docenti di Management.

Per quanto attiene al primo aspetto, non si può non sottolineare l’evidenza di quanto, nel nostro Paese, coloro che “rispettano le regole” e si comportano di conseguenza siano tendenzialmente emarginati, con gravi conseguenze innanzitutto sul piano personale. Le istituzioni e gli uffici italiani sono pieni di persone che sono state emarginate, talvolta anche attraverso opportune promozioni, affinché si interrompessero gli effetti “dannosi” delle loro attività e del loro esempio. A parte l’espressione latina con cui è espresso il concetto precedente, è storico il caso del generale Dalla Chiesa, che poco prima di essere ucciso, sentiva su di sé solitudine ed emarginazione; ma è ancora più significativa la tragica storia dello studente di un Liceo trovato suicida nel 2007 e che, come sottolineava l’articolo di un quotidiano, “sarebbe stato più volte deriso dai compagni - nonostante nella sua classe ci fossero studenti definiti dagli investigatori "normali" e non ragazzi cosiddetti "difficili” - per la sua "eccessiva” bravura (media del 9 in diverse materie) e perché voleva entrare sempre in classe, anche nei giorni di sciopero”. Il fatto è che, in questo ambito, le “regole” non sono altro che “norme”, nel senso statistico del termine, e, perciò, semplicemente il prodotto dei valori di fatto condivisi dalla maggioranza degli individui.

Per il cambiamento della realtà italiana, pertanto, più che ricondursi a responsabilità “collettive” ed auspicare cambiamenti da parte di terzi, occorre fare leva sul comportamento individuale di ciascuno di noi. Coloro che intendono intraprendere questo percorso, tuttavia, devono essere consapevoli che non basta l’adesione ai principi che Vicari richiama in apertura del suo articolo (solidarietà, rispetto della legalità e della dignità, riconoscimento della diversità, rapporto positivo e di fiducia nei confronti del prossimo ed avversione alla disuguaglianza) e l’adozione di comportamenti costantemente coerenti ad essi. Da un lato, è necessaria una reale capacità di resistenza psicologica al rischio di emarginazione (ed a quant’altro vi si può associare) e, dall’altro, occorre considerare come remunerazione del proprio agire non tanto la generazione delle risorse cui oggi viene dato tendenzialmente maggior valore (denaro, disponibilità di beni, stima ed immagine di sé superficiali, ecc.), quanto, piuttosto, di altre risorse, quali il benessere collettivo, la fiducia e la stima reale da parte di coloro (in genere pochi) che condividono lo stesso sistema di valori, la consapevolezza di sé, ecc.

Per i docenti universitari valgono le stesse considerazioni fatte per gli individui in genere: aggiungerei a quanto evidenziato da Vicari, che gli stessi princìpi di fondo individuati come necessari nel rapporto con gli studenti, valgono anche nelle relazioni con i colleghi della stessa o di altre Università. Anche per queste, infatti, il rispetto delle regole, l’uso corretto delle conoscenze e delle relazioni, l’esercizio di valutazioni di merito serie e serene, senza pregiudizio per le relazioni interpersonali, sono la base perché il sistema delle Università possa realmente contribuire allo sviluppo sociale ed economico del Paese.
Infine, però, come docenti di management, dobbiamo porci un problema molto più specifico, soprattutto di fronte al diffondersi dei temi etici. L’etica nel business non è un insieme di letture, conoscenze e strumenti più o meno complessi (bilancio “sociale”, legge 231, codici etici, M.O.G., ecc.) che vanno ad aggiungersi a corsi base di gestione delle imprese, marketing e quant’altro, in cui si afferma che la gestione delle imprese è orientata alla massimizzazione del profitto e si presentano modelli e strumenti coerenti soltanto con questo principio di fondo. Tanto meno noi siamo dei docenti di etica o possiamo diventare tali solo perché ci è stato affidato un corso con questo riferimento nel titolo e ci affacciamo a qualche timido richiamo a Kant o ad altri maestri della filosofia classica e moderna.

Nostro compito è, piuttosto, quello di ripensare all’impresa e di individuarne le reali basi “etiche” e di proporre modelli di direzione e di gestione coerenti con questa visione. Non si tratta, ovviamente, di realizzare una banale operazione di “window dressing” a conoscenze “date”, ma, piuttosto, di ripensare “ab imis” alle imprese ed ai processi di direzione. Si tratta, peraltro, di cogliere anche il senso profondo di ciò che sta accadendo nella realtà e di come il successo duraturo di molte imprese si collega non casualmente (o solo “statisticamente”) alla presenza nel loro agire di determinati valori ed altre risorse immateriali per le quali non esistono specifici mercati di approvvigionamento. E’ davanti a noi la prospettiva di un “nuovo umanesimo aziendale” di cui sono testimonianza non soltanto l’esperienza storica di Adriano Olivetti, ma anche molti casi attuali come quelli, ad esempio, di Brunello Cucinelli, Barilla, Benetton, ecc.

L’etica rimane un fatto individuale, ma è nostro compito evidenziarne il ruolo nella continuazione e nel successo delle attività aziendali e mettere a punto impostazioni nuove, che siano quanto meno “compatibili” con l’etica e siano, perciò, in grado di evidenziare a ciascuno degli attori (imprenditori, manager, dipendenti, finanziatori, clienti, ecc.) quanto le loro scelte possono essere orientate a qualcosa di diverso dall’ interesse “dell’impresa”: quest’ultimo spesso non coincide con la massimizzazione dei dividendi distribuiti ai soci, così come non coincide con il mantenimento di un’occupazione in esubero rispetto alle prospettive possibili o con l’acquisizione di commesse in modo fraudolento. Etica nel business, soltanto a titolo di esempio, è, invece rendersi conto che tutte le offerte aziendali sono “proposte di valore” e che generare “valore” per tutti gli stakeholder è una condizione essenziale per la continuazione nel tempo delle sue attività; ma, a questo punto, occorre porsi la domanda di cosa significa “generare valore” e quanto il concetto storico della “massimizzazione del profitto” sia generico e possa diventare talvolta incompatibile con gli interessi di medio periodo degli stessi soci.
Da un processo di ripensamento del tipo di quello proposto, può derivare, ad evidenza, un contributo non secondario allo sviluppo economico del nostro Paese; personalmente ci ho provato in una recente pubblicazione, ma le iniziative degli individui, come detto anche sopra, anche ammesso che siano significative, sono sempre esposte al rischio dell’emarginazione! Solo uno sforzo collettivo, dunque, può avere l’impatto necessario: e questo è il contributo che, a mio avviso, i docenti di management possono dare alla rinascita non solo morale, ma anche economica del nostro Paese, chiarendo a tutti, in premessa e con i fatti, che si tratta di un’iniziativa a forte contenuto culturale e scientifico e non, invece, di un processo più o meno subdolo, di accademico “green washing” di interessi specifici e chissà quanto inconfessabili!!!

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